La chitarra di Ribot ha fatto «scuola»

Con il suo sound di jazz-folk ha ispirato tanti giovani colleghi

Simone Mercurio

Tra le diverse traiettorie della chitarra contemporanea, quella di Marc Ribot, questa sera al «La Palma» (ore 22) con il suo Trio, è certamente la più tortuosa. Per gli amanti delle etichette, Ribot può essere definito, per le sue frequenti digressioni musicali, come un cosmopolita senza radici. Da tanti è conosciuto anche come il chitarrista di fiducia di Tom Waits. Ma allora bisognerebbe ricordare le decine e decine di altri nomi con cui il chitarrista del New Jersey ha collaborato (da Elvis Costello a Marianne Faithfull, da Laurie Anderson a Sarah Jane Morris, da David Sylvian a Caetano Veloso, da Vinicio Capossela a Mimmo Locasciulli).
Un semplice «turnista» dunque? Uno di quei musicisti che «girano» accanto ai grandi? Con i suoi interventi, in verità, Ribot è capace di dare spessore inedito e personale alle musiche più diverse, creando un mood che è quasi un marchio registrato. Il suo stile personale e innovativo, definito un mix tra punk, jazz e blues, ha ispirato migliaia di chitarristi in tutto il mondo, diventando così un vero e proprio marchio di fabbrica riconoscibilissimo.
Oltre alle collaborazioni, Marc Ribot ha regalato però anche dischi in proprio di importante ricerca chitarristica e, in generale, sui suoni. Dall’esordio discografico del ’90 con «Rootless Cosmopolitans» che tuttora resta il suo capolavoro, ha aperto uno straordinario ventaglio di possibilità in musica anche con partecipazioni sempre avvincenti e al di fuori dei «soliti» giri in dischi come «Subsonic 1» con Fred Frith, e «Lust Corner» con Noel Akchotë, e anche anomali dischi per sola chitarra come «Don’t Blame me». Questa sera sul palco del La Palma di Portonaccio a Roma, Marc Ribot sarà in Trio con Shahzad Ismaily - contrabbasso e Ches Smith - batteria, per il concerto dal titolo «Ceramic Dog».