Chiude con una bugia: «Me ne vado convinto»

Una finzione cominciata a Monza e proseguita in questi giorni, quando ha detto di non aver rimpianti nel terminare la carriera

nostro inviato

a San Paolo
Dopo i fasti degli uni e la tristezza degli altri, fa effetto pensarlo, dirlo e scriverlo: questa è stata l’ultima gara del signor Michael Schumacher. Finisce un’era. E questo crucco mascelluto, simpatico o non simpatico a seconda dei gusti, oltre che un fuoriclasse di proporzioni imbarazzanti, è stato soprattutto un uomo coerente. Perché iniziò la carriera con una grande bugia e l’ha conclusa nella stessa identica maniera: mentendo dolcemente. Quel lontano giorno del 1991 si correva in Belgio, sulle colline umide e uggiose di Spa Francorchamps, quando la Jordan offrì (dietro lauto pagamento: 300.000 dollari, si narra) un sedile al tedesco. Leggenda vuole che a quello sconosciuto ventiduenne tedesco sia stato proposto il volante lasciato libero da Bernard Gachot, focoso belga finito in manette giorni prima per essersi azzuffato, munito di spray al peperoncino, con un taxista londinese. «Conosci bene questa pista?» domandò Eddie Jordan al giovane mascelluto. «Certo, come casa mia» rispose il ragazzo cresciuto nell’anonima Kerpen, cittadina oltre confine.
BUGIE. Anni dopo lo ricorderà lo stesso Schumi: «Avevo solo fatto qualche giro con la bicicletta». In qualifica il ragazzo strappò il settimo miglior tempo in griglia. La sua gara terminerà dopo 700 metri, bruciando la frizione, errore da principiante, ma le doti velocistiche erano ormai state messe in mostra. E il gp dopo sarà già sotto contratto con quel segugio di Flavio Briatore. E ieri, quando per l’ultima volta è sceso dalla sua Rossa, ecco un’altra dolce menzogna: l’aver fatto capire che lascia contento di lasciare. Non è vero, non può esserlo. Perché le molte parole di questa vigilia brasiliana raccontano di un duello per nasconderne un altro. Quasi che la lunga sfida con Alonso gli sia servita per non svelare il duello racchiuso nel suo animo, combattuto contro la promessa di Monza, la grande bugia del «mi ritiro dalle corse perché ad un certo punto viene il momento, perché non so se riuscirò a restare ancora in forma al massimo, perché non potevo bloccare la carriera di Felipe Massa...». Bugie. L’ha detto e lo farà, ma tutto il suo corpo, tutto il suo piede pesante, tutta la sua testa zeppa di strategie e tattiche e fermate ai box e sorpassi studiati con gli ingegneri, tutto gli dice e continuerà a lungo a dirgli che «no, Michael, andiamo avanti Michael, perché, tu, questi signori che corrono, li puoi bere quando vuoi, altro che non riuscire a tenere la forma...». Pensieri come sirene che incantano, tanto più adesso che il mondiale numero otto è volato via.
HANNO DETTO. «Da quando ha finalmente scelto, guida divinamente» ha ammesso un suo critico di sempre: Niki Lauda. «I risultati dicono Michael, il mio cuore dice Senna» ha stilato la propria personalissima classifica un altro ex iridato, Emerson Fittipaldi. «Siamo sopravvissuti alla morte di Senna, la F1 andrà avanti anche senza Schumacher, ma lui è davvero il più grande, i suoi record non saranno mai battuti» ha sottolineato il supremo delle corse, mister Bernie Ecclestone, prima di aggiungere: «E spero che non si dimentichi anche di ciò che la F1 ha fatto per lui e che la ripaghi». Un invito a restare con altre vesti? Sicuro. «Michael non sa ancora quanto sarà difficile resistere alla voglia di ritornare» ha invece letto il futuro Mika Hakkinen, l’unico pilota che Michael abbia davvero sempre rispettato.
I MONDIALI. Già, Mika. Epici i loro duelli, epiche le batoste prese dal tedesco che grazie al finlandese ridimensionò il proprio ego smisurato. Lui che veniva da una fila incredibile di bene-bravo-bis. Il 1991, per esempio, quinto a Monza dietro Mansell, Senna, Prost e Berger, il gotha dell’effeuno dell’epoca. E poi la prima vittoria in Belgio, nell’estate 1992, e poi il trionfo del ’93 in Portogallo, due anni di apprendistato che gli fecero da trampolino per il mondiale conquistato nel 1994. Proprio quell’anno, qui a San Paolo, si avrà l’esatta misura di chi sta per diventare Michael Schumacher: Senna è in pole, Michael gli si incolla, grazie alla strategia lo passa e Ayrton va in testa coda tentando di rimontare. Il brasiliano patisce questo giovane talento. La gara dopo, il dramma di Imola e la morte di Senna e Ratzenberger, metteranno fine sul nascere a una grande rivalità.
LE MACCHIE. A fine stagione, ad Adelaide, Schumi sarà campione: in Australia, lui e Hill arrivano distaccati di un punto a favore del tedesco. In pista, l’autoscontro: si ritirano entrambi, ma il mondiale va a Michael. La manovra viene considerata dubbia, però non ci saranno strascichi: da quel giorno non si scrollerà più di dosso la fama di grande talento che ogni tanto fa a pugni con la correttezza.
IL BIS. Nel 1995 il bis iridato, poi la scommessa Ferrari nel ’96 e quella prima vittoria in rosso, a Barcellona. L’anno dopo, Michael è già in lotta per il titolo, lo butta via a Jerez, contro Villeneuve: un’altra manovra sporca, questa volta plateale: si ritirerà, mentre il canadese potrà proseguire e diventare campione del mondo. Michael verrà addirittura cancellato dalla classifica della stagione. Gli resteranno solo i successi nei Gp. Quindi, finalmente, ecco l’incontro con Hakkinen. Il mondiale ’98 è tutto loro: se lo giocheranno fino al termine, fino a Suzuka. Mika arriva in Giappone con quattro punti di vantaggio, può controllare Michael che centra la pole: al via, però, gli si spegne la macchina. Colpa sua. Problema tecnico? Non si saprà mai. Unica certezza, le parole di Schumi: «Questo titolo non l’ho perso qui, ma prima, quando la McLaren era più forte di noi».
L’INCIDENTE. Il 1999 è l’anno di Schumi ferito, 11 luglio, Silverstone, curva Stowe, un cedimento dei freni lo spara dritto contro le barriere: l’impatto avviene a 107 l’ora. Verrà estratto dal muro di gomme dopo diversi minuti: una gamba rotta. Salterà sei Gp, Irvine, anche grazie al suo aiuto al rientro in Malesia, lotterà fino all’ultima gara, ma la dea delle corse premierà il pilota più forte: Hakkinen. A Maranello, dopo 17 anni, arriverà però il primo titolo costruttori.
LA GRANDE FERRARI. Le stagioni successive sono quelle della consacrazione in rosso, del titolo piloti che nel 2000, proprio lottando con Hakkinen, torna alla Ferrari dopo 21 stagioni, 1979, Jody Scheckter. Sono gli anni dei cinque titoli piloti e costruttori di fila, di Prost affiancato a Budapest nella hit iridata (4 titoli), di Fangio affiancato a quota cinque a Magny Cours nel 2002, di Fangio superato a Suzuka 2003, di Michael il più grande di sempre a quota sette mondiali, Spa, Belgio, anno 2004. Sono anche stagioni capaci di regalarci una grande nota stonata e una grande pagliacciata. Nel 2002, a Zeltweg, la stonatura: Barrichello sta per vincere il Gp, ma il box gli ordina di far passare Schumi. Michael lo sorpasserà. La Fia utilizzerà il pretesto della cerimonia (Schumi che cede il trofeo a Barrichello) per processare la Ferrari. Il 26 giugno la sentenza con verdetto, di fatto, assolutorio: «Non si può procedere a sanzioni per quanto concerne gli ordini di scuderia». Resta la figuraccia. E poi Indy 2005: le gomme Michelin che scoppiano, i team gommati dai francesi che si rifiutano di correre. In pista, due Ferrari, due Jordan, due Minardi, tutte con «calzature» Bridgestone, si contenderanno la vittoria. Sarà duello triste fra le rosse, sarà l’unica vittoria di Michael nella stagione più brutta della sua vita da ferrarista. Una stagione di patimenti capace però, quest’anno, di dargli la forza e l’ingordigia per duellare in pista contro Alonso e nell’animo contro se stesso. Contro la voglia grande di andare avanti senza nascondersi dietro quella dolce bugia raccontata una domenica nel parco di Monza.