Chiudi lo stress in valigia

Preparare i bagagli è, per molti, una vera strategia: c’è persino chi si affida ai siti specializzati

Per molti è un incubo e uno stress, per altri è un assoluto divertimento. Ma per tutti, di questi tempi, è un obbligo. Fare le valigie in attesa di andarsene, di partire, verso mete più o meno distanti, più o meno vicine ai nostri sogni. Valigie vissute oppure senza un graffio, valigie giramondo o destinate a raggiungere tutte le estati la meta di sempre, valigie anonime o griffate, di solito rintanate per undici mesi in cantina e poi rispolverate per riempirle dell’utile e del dilettevole, dell’assolutamente necessario e dell’altrettanto superfluo.
Del resto era difficile scegliere cosa portar via già per gli antichi: Poppea, per esempio, non partiva senza le sue cinquecento asine nel cui latte faceva il bagno, e anche i viaggiatori vittoriani del Grand Tour non erano da meno: lasciavano casa con un vero e proprio corredo adagiato in preziosi bauli di legno con la copertura in pelle e una versatile divisione interna, e contenuto anche in una serie infinita di portaccessori, meglio se di madreperla o di tartaruga intarsiata, dalle cappelliere ai porta colletti e persino ai portaletti, che nascondevano sacchi a pelo di pelle di pecora e zanzariere. Molto chic ma oggi, sempre che non si disponga di un maggiordomo e di facchini stipendiati al seguito, i tempi sono cambiati. E s’impone un certo minimalismo anche in fatto di bagagli, o meglio di nécessaire de voyage. Davvero impossibile per chi considera la vacanza una sorta di esodo biblico che richiede la presenza, in un rettangolo di polipropilene, di tela o di pelle di medie dimensioni, di tutto quanto possa aiutare ad esorcizzare la paura dell’imprevisto e dell’ignoto.
Prepararla, per molti, significa mettere alla prova soprattutto le proprie doti strategiche. C’è chi la studia a tavolino con settimane di anticipo e la pianifica stilando una lista di tutto quanto deve assolutamente portare con sé e chi la prepara in extremis, un paio d’ore prima della partenza, senza troppo pensarci su, perché la considera per quello che è, un accessorio da alleggerire il più possibile, che non deve rovinare, con inutili e faticosi sovrappeso, il piacere del viaggio. Ognuno, comunque, ha la sua arte: i più scientifici pianificano la disposizione al centimetro di tutti gli oggetti come se la valigia fosse un campo di battaglia e i capi d’abbigliamento e gli accessori truppe pronte all’assalto e conservano gelosamente la piantina degli schieramenti, o meglio la mappa del tesoro, in una tasca interna della valigia, per i viaggi futuri. I più creativi gettano alla rinfusa le magliette, i bermuda e le gonne che amano di più senza un piano ben preciso e senza tenere in minima considerazione la destinazione e la stagione, i più indecisi optano per le preselezioni, ovvero distendono praticamente tutto l’armadio sul letto, provano i vari possibili abbinamenti, mettono nella valigia decine di cose e quando si accorgono che diventa troppo voluminosa ed è impossibile chiuderla tolgono tutto e ricominciano da capo, i più pratici studiano abbinamenti intercambiabili, in modo da poter sfruttare capi trasformisti e passepartout per il giorno e per la sera magari scegliendoli tutti dello stesso colore in mille nuance in modo da poterli abbinare più facilmente, i più pigri portano strettamente l’essenziale, puntando sulla classica frase «tanto poi quello che mi manca lo acquisto là», i più ansiosi trasformano la valigia in una casa in miniatura dove c’è spazio anche per il peluche portafortuna, le foto ricordo, la confezione di pasta, il cuscino, la moka per il caffè. Perché molto spesso la valigia si trasforma nello specchio psicologico dei viaggiatori, soprattutto di quelli che temono l’imprevisto e in fondo non amano star troppo lontano dalla città, di quelli che non sanno rinunciare nemmeno al superfluo, di quelli che vogliono programmare tutto, anche l’avventura, portando con sé oggetti di vita quotidiana per riprodurre fedelmente, anche a migliaia di chilometri di distanza, le abitudini di sempre, temendo l’effetto nostalgia.
Ma qualsiasi sia lo spirito del viaggio, dietro la preparazione di ogni valigia si nasconde una tecnica ben precisa, magari inconsapevole ma evidente aprendo il contenitore, rigido, semirigido o morbido che sia. Molti hanno fatto propria la cosiddetta tecnica del salame, illustrata persino in un libro, The packing book, dell’americana Judith Gilford: consiste nello stendere tutti i capi d’abbigliamento uno sopra l’altro, partendo da quelli più lunghi ed ingombranti, come i pantaloni, e finendo con biancheria e costumi, e nell’arrotolarli tutti insieme, fissando poi il rotolone ottenuto nella valigia con delle cinghie, per far sì che gli abiti si stropiccino il meno possibile, almeno così garantisce l’autrice. Altri, invece, provano e riprovano ad ottimizzare lo spazio tentando anche di arrivare a destinazione con abiti presentabili e non effetto spugna, stendendo al massimo ogni strato, dal più lungo al più striminzito, lasciando sporgere dai lati della valigia i capi più lunghi, in modo da ripiegarli sopra maglioni, pigiama e camicie. Chi proprio non è fatto per questa incombenza si affida addirittura a decine di siti specializzati nell’arte della valigia, come www.onebag.com, www.invaligia.com, www.girlpower.it, www.tropiland.it, www.sottocoperta.net, dove vi sono consigli utili e check list suddivise a seconda della destinazione e del tipo di vacanza, se si va in una casa in affitto o sui sentieri d’alta quota, al mare o in un viaggio avventura, sulle piste da sci o con bambini al seguito, oltre ad un elenco dettagliato degli «indispensabili», ovvero di tutto quanto non deve mai mancare qualsiasi sia la destinazione, dai documenti allo spazzolino da denti.
Valigie virtuali che però devono sempre fare i conti con forme e dimensioni dei contenitori da viaggio con i quali partire: orizzontali, verticali, morbidi, rigidi, semirigidi, con le rotelle, a espansione, indeformabili, ultraleggeri, non sempre è facile trovare quello da riempire, quello che meglio risponde alle esigenze dei viaggiatori del Duemila che esigono valigie peso piuma ed extrasize in grado di non affaticare troppo chi viaggia e che abbiano uno spazio da riservare per tutti gli immancabili souvenir di fine vacanza. Il monito per tutti è quello che annotava lo scrittore Paul Morand: «Ricordatevi, comprando una valigia, che durante un lungo viaggio ci sarà sempre un momento in cui sarete costretti a portarla voi stessi».
La vera rivoluzione, destinata a cambiare le abitudini dei viaggiatori, almeno dei più tecnologici, si chiama Fidobag e per il momento è ancora in fase sperimentale in casa Samsung. Si tratta di una valigia rigida ideata da due fratelli finlandesi, Gheorg e Pasquale Alfredson, rivestita da pelo simil cane, anche dalmata o barboncino, e fedele proprio come un quattro zampe: grazie ad un sistema di controllo vocale remoto sa riconoscere, all’aperto e al chiuso, la voce del suo proprietario addirittura fino ad una distanza di quattrocentocinquanta metri ed è in grado di raggiungerlo e di seguirlo ovunque, evitandogli, perciò, la fatica di trasportarla. Il sofisticato sistema computerizzato consente alla valigia non soltanto di «viaggiare» da sola, come un robot, fino ad una velocità massima di 26 chilometri orari, ma anche di respingere i ladri perché ha un antifurto incomporato: infatti se dovesse essere presa da un estraneo comincia ad abbaiare a tutto volume, mettendo in fuga i malintenzionati, proprio come un vero cane da guardia. Anche il viaggiatore più esigente o più pigro, a questo punto, è accontentato.