«Chiuso nel condotto dell’aerazione per spiare i ladri: ora sono rovinato»

Quel 12 settembre 2003 il ragioniere programmatore Alberto Pallotti, ormai prossimo alla laurea in economia e commercio, afferrò come ogni mattina la scala da due metri, la appoggiò al muro, s’arrampicò fino all’ultimo gradino, appoggiò i gomiti sull’orlo del buco e poi, con uno scatto di reni, sollevò il resto del corpo per un altro metro e mezzo fino a infilarsi nel suo ufficio: il condotto dell’aerazione. Strisciò nella polvere, cercò a tentoni nel buio la cassetta vuota dei pomodori e ci si sedette sopra. Era quella la sua scrivania. Lì avrebbe passato la giornata.
Pallotti cominciò a sbirciare dalle feritoie le corsie del supermercato sottostante, un bell’emporio un tempo frequentato da bella gente nel centro storico di una bella città, la «fair Verona» cantata da William Shakespeare. Prima però inforcò gli occhiali da saldatore e serrò fino al collo la cerniera del giubbotto di pelle, per impedire all’aria condizionata, che dentro il tunnel soffiava incessante e impetuosa, di provocargli una delle soliti congiuntiviti, o il mal di gola, o la lombosciatalgia.
Verso le 13, Pallotti, assunto in qualità di addetto alla sicurezza, intravvide attraverso le griglie della ventilazione forzata la sua quotidiana possibilità di dimostrare alla direzione del supermercato che i 1.200 euro di stipendio mensile non gli venivano corrisposti invano: una coppia di extracomunitari si stava riempiendo le mutande di pile Duracell. D’improvviso i due ladruncoli si spostarono dalla seconda alla prima corsia. Forse avrebbero rubato dell’altro, forse avrebbero guadagnato l’uscita. Pallotti doveva vedere, doveva scoprire, doveva sventare. Per quello era pagato. Ma nel tentativo di raggiungere in fretta l’altro capo del tubo mise un piede in fallo, perse l’equilibrio e sprofondò nel vuoto. Il supermercato fu scosso da un boato: il controsoffitto era crollato. «Mi ritrovai paralizzato in mezzo alla corsia, col sangue che fiottava dalla testa. I clienti urlavano. Io non sentivo più la faccia. I testimoni dissero che durante il tonfo da oltre quattro metri mi avvoltolavo come i gatti, quasi volessi cadere in piedi».
Non andò così. Oggi Alberto Pallotti è un uomo in ginocchio, prostrato nel fisico e, ogni giorno di più, anche nello spirito. Apparentemente sembra lo stesso marcantonio palestrato di allora, il Romeo venuto da Mantova che a 23 anni trovò la sua Giulietta nell’avvenente Daniela, e se la sposò contro il parere dei genitori di lei, «perché era la donna giusta», senza curarsi del dissidio familiare che ne sarebbe nato e che fu non meno rovinoso di quello fra Capuleti e Montecchi. In realtà la sua vita è stata stravolta da quell’incredibile infortunio che gli ha rubato l’occhio sinistro, procurato atroci dolori fisici permanenti, impedito di laurearsi, prosciugato i risparmi, persino sottratto due centimetri del suo metro e 90 di altezza.
Ad appena 32 anni Pallotti si ritrova per sempre senza un lavoro, impossibilitato a leggere e a studiare, titolare di una miserrima pensione d’invalidità (180 euro mensili) con la quale in teoria dovrebbe mantenere due figli: la piccola Vernante, 8 anni, e il fratellino Raul, 6. «Grazie al cielo mia moglie ha un nido d’infanzia privato, altrimenti che cosa mangeremmo?».
Ma la pena di non potersi rendere utile tutti i giorni dev’essere per lui la più insopportabile. Benché fosse figlio del titolare della libreria Internazionale, fra le principali della città veneta, fin dall’età di 14 anni Pallotti ha sempre sgobbato, e intanto studiava: «Ho fatto il panettiere, il cameriere e il figurante in Arena durante la stagione lirica, ho distribuito a domicilio gli elenchi telefonici della Telecom, sono stato agente in una ditta di macchine per caffè».
Com’è diventato cacciatore di taccheggiatori?
«Organizzavo eventi e serate nelle discoteche, occupandomi della sicurezza delle cose, visto che quella delle persone in Italia è consentita solo alle forze dell’ordine oppure alle agenzie private, intestate di norma a carabinieri e poliziotti in pensione o alle loro mogli. Grandi catene come Auchan, Pam, Mediaworld, Pittarello hanno cominciato a rivolgersi a me per servizi diurni di sabato o nei giorni festivi. Ho sempre lavorato quando gli altri si divertono. Lo facevo con passione perché sono un uomo d’azione e mi sentivo utile nel proteggere le cassiere. Non si ha idea del clima di terrore nel quale vivono queste poverette da quando siamo invasi dagli immigrati clandestini. Sono arrivate a tollerare i furti pur di riportare a casa la pelle».
Che cosa serve per fare l’antitaccheggiatore?
«Prestanza fisica. Destrezza. E coraggio. Non è da tutti affrontare il pericolo a mani nude. Lei non li vede, ma in testa ho 400 punti di sutura: 250 per l’incidente, gli altri 150 rimediati nel corso di aggressioni da parte di ladri, drogati, ubriachi».
Le era consentito fermare una persona?
«No».
Trattenerla per un braccio?
«No».
Chiederle di svuotare la tasche o perquisirla?
«Nemmeno. Ma facevo lo stesso tutte queste cose vietate dalla legge rischiando ogni volta l’accusa di razzismo e la denuncia».
Della polizia?
«Dei manigoldi. Dopo essere stati scoperti con le mani nel sacco al supermercato, corrono a piangere in questura. Tre querele mi sono beccato. Vabbè, poi il giudice le ha sempre archiviate. Ma solo perché ho esibito il referto del pronto soccorso per le lesioni subite. E comunque i mille euro di avvocato ce li ho smenati io».
Il suo datore di lavoro non le forniva l’assistenza legale?
«Lei vuol scherzare! Certo che no. Le racconto un episodio così capisce com’è ridotto questo Paese. Una sera all’ora di chiusura sento il direttore che sbraita dall’altoparlante: “Sicurezza in cassa”. Accorro. Era alle prese con tre maghrebini, tutti prestanti. “Buttali fuori!”, mi ordina. Io cerco di convincerli con le buone. Mica per altro: uno brandiva minaccioso una bottiglia di birra e a me era già capitato che un algerino mi aprisse la faccia in quel modo. “Bastardo, razzista, pezzo di merda, io non avere rubato nulla”, mi urla l’energumeno, e per dimostrare che non nasconde merci si spoglia nudo come mamma l’ha fatto davanti alle clienti. A quel punto ho preso per la collottola lui e i suoi compagni. Purtroppo uno è inciampato ed è caduto a terra svenuto. Ovviamente mi sono beccato la denuncia di rito. Ma questo sarebbe niente: il direttore e gli altri dipendenti, che un minuto prima temevano di finire ammazzati e non avevano mosso un dito per aiutarmi, mi hanno redarguito dicendo che avevo esagerato. Sai quanto gliene fregava a loro se poi un extracomunitario mi aspettava all’uscita».
Capitava?
«Non è che questi signori, una volta cacciati dal supermercato, si dimenticano della tua fisionomia. Incrociai un marocchino che mi mostrò un pugnale facendomi il gesto dello sgozzamento. Qualche tempo dopo lo vidi fotografato sul giornale locale: aveva ucciso a coltellate un rumeno. E il tragico è che anche la vittima era una mia vecchia conoscenza, diciamo così».
Quelli che pizzicava li denunciavate?
«Mai. Il direttore non voleva. Diceva che avrebbe perso troppo tempo se fosse andato a testimoniare al processo. Dal quale gli imputati sarebbero comunque usciti assolti per aver agito in stato di bisogno».
Chiamava sempre carabinieri e polizia?
«Sotto i 50 euro, cioè nella maggior parte dei casi, mai. Il ladruncolo scoperto ha due possibilità: pagare la merce e portarsela via oppure lasciarla alla cassa. Conseguenze zero. A parte un po’ di vergogna per i meno sfrontati».
Un invito a provarci.
«Esatto. Non si capisce perché il cittadino onesto continui a pagare la spesa se il furto è tollerato, anzi legalizzato».
Quando i taccheggiatori sono minorenni che succede?
«Niente. A maggior ragione li lasciano andare».
Avvisavate almeno le famiglie?
«In un paio d’occasioni l’ho fatto. Ricordo una bella ragazza di 18 anni che s’era messa nella borsa caramelle, gomme da masticare e M&M’s per 40 euro. Sa quanto spazio occupano 40 euro di dolciumi? Un’enormità. “Sono bulimica”, si giustificò, “mangio tutta questa roba e poi la vomito”. Telefonai ai genitori, mi pareva giusto informarli che avevano un problema in casa. Sentivo come un dovere civico dare una raddrizzata ai ragazzi che ancora potevano essere riportati sulla retta via».
Quant’è diffusa la piaga del taccheggio?
«Il primo e unico giorno in cui il direttore mi accompagnò dentro il cunicolo notò dalla feritoia un tizio che fregava carne dal banco frigorifero. Mi disse: “Ecco, lo vedi quello? Adesso scendi giù di sotto, lo aspetti alle casse e lo fermi”. Replicai: scusi, quale dei sette devo fermare? Perché mentre mi illustrava i miei compiti, io ne avevo contati già sette di clienti che sgraffignavano».
In percentuale rubano più gli italiani o gli stranieri?
«Diciamo 30 e 70. Ma non tutte le etnie si comportano allo stesso modo. Indiani, singalesi, filippini, cinesi sono onestissimi. Idem i neri dei Paesi subsahariani. Invece nordafricani, albanesi, rumeni, moldavi e slavi in genere sono un flagello».
E che cosa rubano?
«Liquori».
Strano, i musulmani non bevono alcolici.
«Infatti li rivendono. Altrimenti non avrebbe senso infilarsi 140 euro di whisky Jack Daniel’s nel giubbotto, come m’è capitato di vedere».
Quali sono le merci più concupite?
«Gli alimentari: carne, formaggi, salumi. E poi i cosmetici. Spesso consumati in loco».
Cioè?
«C’è gente che si passa i deodoranti roll sotto le ascelle e si vaporizza quelli spray dentro le mutande. Oppure s’impomata i capelli col gel. E come fai a dimostrare che uno ha usato la gommina, riponendo poi la confezione aperta sullo scaffale? Ho beccato una donna che in 45 minuti aveva leccato tutti, dico tutti, i vari tipi di dentifricio, per assaggiarne il sapore. Altre clienti si spalmano le creme antirughe sul viso. Ma ci sono anche maschi che si spruzzano mezzo flacone di profumo per signora e poi escono di corsa».
Quanti ladri è arrivato ad acciuffare in un giorno?
«Fino a 16-17. La media non era mai inferiore a 7-8».
I furti aumentano a mano a mano che s’avvicina la fine del mese e scarseggiano i soldi dello stipendio?
«È un fenomeno che non ho mai notato».
Perché i suoi superiori decisero d’infilarla nel condotto dell’aerazione?
«Perché dopo qualche tempo il mariuolo abituale impara a riconoscere gli uomini della sicurezza».
Non poteva rifiutarsi?
«Il direttore mi disse: “Se non ti sta bene così, tornatene a casa”».
Quante ore al giorno stava là dentro?
«Otto».
Qual era l’altezza del cunicolo?
«Un metro e 75. Quindici centimetri meno della mia statura, per cui dovevo sempre restare o seduto o a capo chino. Il rumore dell’impianto era assordante. La temperatura non superava i 15 gradi. L’aria del ricircolo era densa di polveri d’un nero allucinante, appiccicoso. A fine turno ero lurido».
Non ha mai pensato che questa attività fosse in contrasto con le norme sull’igiene e la sicurezza nei luoghi di lavoro?
«Sì, e mi sono lamentato più volte. Ma avevo due bimbi piccoli e temevo di perdere il posto».
Le davano un extra per il disagio?
«Solo 50-100 euro di premio se il volume della merce recuperata era significativo».
E di norma quanto arrivava a recuperare?
«Almeno 1.500 euro al mese. Tutto documentato. In pratica mi pagavo lo stipendio da solo».
Perché non ha fatto il carabiniere o il poliziotto?
«Ci ho provato, una decina d’anni fa. Ho presentato domanda di ammissione nella Guardia di finanza. Alla prova scritta, all’hotel Ergife di Roma, eravamo in 80.000 per appena 50 posti. Come azzeccare un terno al lotto».
I suoi figli sapevano che lavoro faceva il loro papà?
«Sì. Sono rimasti traumatizzati quando mi hanno visto ritornare dall’ospedale con l’occhio spappolato. Il primario fu molto chiaro: “Pallotti, alla vista penseremo dopo. Adesso preoccupiamoci di chiudere il cranio: lei può morire da un momento all’altro”. La ferita comunicava direttamente col cervello».
Quante operazioni ha subìto?
«Due. La prima di tre ore e la seconda di quasi sette. Nella caduta ho sbattuto contro un carrello. L’occhio era sprofondato dentro l’orbita».
Che disturbi accusa?
«Ho la diplopia: vedo tutte le cose doppie. Non posso né guidare a lungo, né leggere, né scrivere, né guardare la Tv, perché dopo dieci minuti la visione distorta mi provoca una cefalea terribile. Inoltre soffro di anisocoria permanente. È una differenza del diametro delle pupille. La luce del sole mi tortura, devo riempirmi gli occhi di collirio ogni due minuti. L’occhio ha perso la sensibilità al caldo e al freddo. Non sento più la parte sinistra della faccia fino al labbro, mi sembra di non avere più i denti, è come se il mio volto fosse di porcellana».
Devastante.
«Non è finita. La frattura del pavimento dell’orbita ha provocato un enoftalmo, cioè il rientramento del bulbo oculare, con distacco del vitreo e parziale distacco della retina. A causa delle cicatrici, ora il punto visivo è popolato di filamenti. Sono diventato astigmatico. La vista era la mia forza, arrivavo a 12 decimi. Ora è diventata la mia debolezza».
Capisco.
«A parte le vertigini, soffro di déjà vu, perché c’è una sfasatura tra quello che vedo e il tempo che l’immagine impiega per arrivare al cervello. Alla lesione del nervo infraorbitario e del trigemino s’accompagna l’anosmia».
Perdita dell’olfatto.
«Totale. E anche del gusto. Per ovviare un po’ alla distorsione visiva, devo tenere il collo piegato in avanti e spostato a destra. Questo ha provocato una scoliosi. Lo spazio fra i dischi della colonna vertebrale s’è ridotto. Ho già perso due centimetri di statura. Il medico mi ha ordinato un ciclo di dieci massaggi da 100 euro l’uno da ripetersi ogni sei mesi. Ma dove li trovo 2.000 euro l’anno? Per l’Inail valgo 18 punti d’invalidità, quindi ho diritto a 180 euro di pensione, 10 euro a punto. Sotto i 34 punti non sei neppure considerato lavoratore invalido».
Il supermercato non le ha versato un risarcimento?
«Non hanno neppure mandato qualcuno in ospedale a controllare se ero vivo o morto. Manco una telefonata. Finita la convalescenza, sono andato a dirgli che li avrei denunciati penalmente. Mi sembrava corretto avvisarli. Mi ha offerto il patrocinio l’avvocato Alberto Franchi, che fu il difensore di Pietro Maso nel processo di primo grado. Una brava persona, un amico. Ci crede? I miei ex datori di lavoro non si sono neppure presentati al tentativo di conciliazione. E il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione del caso perché la denuncia a suo dire appariva tardiva».
Non è possibile!
«E io a spiegargli che la denuncia era l’ultima cosa che avrei voluto fare, per questo l’ho presentata molto tempo dopo. Alla fine il giudice per le indagini preliminari s’è scusato per la richiesta ridicola, così l’ha definita, del suo collega Pm. L’inchiesta perciò prosegue. Proprio ieri il Servizio di prevenzione, igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro ha riconosciuto la sussistenza delle lesioni colpose».
Che cosa pensa adesso dei magistrati?
«Agiscono con leggerezza. Hanno troppo lavoro. Non voglio credere al dolo. Semplicemente non leggono i fascicoli».
Non ha l’impressione che gli italiani lavorino tutta la settimana solo per passare il sabato e la domenica nei centri commerciali?
«Troppi italiani fanno esclusivamente per soldi lavori che non amano. Lavori brutti, sporchi, stressanti. Poi si sfogano comprando beni materiali inutili. Fra l’ubriacarsi, il drogarsi, il picchiarsi allo stadio e l’andare al supermercato non vedo più grandi differenze».
(325. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it