Choc alla Banca centrale svizzera La moglie specula, via il presidente

Tafazzi è un dilettante davanti a Philipp Hildebrand, presidente dimissionario della Banca nazionale svizzera (Bns), ultimo picconatore di quello che fu il sistema bancario più sicuro al mondo. Herr Hildebrand ha lasciato una poltrona da quasi un milione di franchi l’anno (circa 800mila euro) per un’operazione speculativa. Una faccenduola al limite del codice penale, un peccato mortale per un banchiere centrale, tanto più nel clima di tempesta finanziaria.
In questa vicenda da gnomi si incrociano tante piccole storie che rappresentano facce diverse di una crisi che non risparmia nessuno. C’è, innanzitutto, un banchiere speculatore. L’operazione è stata realizzata dalla moglie, Kashya Mahmood, figlia di un pakistano e di una statunitense, un passato da trader per il fondo finanziario Moore Capital a Wall Street e ora ricca proprietaria di una galleria d’arte a Zurigo. Ma è pensabile che il consorte fosse all’oscuro di tutto? Che sia un altro Scajola, un nuovo Malinconico che incassa in silenzio senza sapere chi ringraziare?
Il guadagno per i coniugi Hildebrand è consistente, sui 50mila euro, ma non da capogiro. Tuttavia è stato realizzato in condizioni assai prossime all’insider trading, quel reato che punisce gli operatori finanziari che utilizzano indebitamente conoscenze riservate. Il 15 agosto, con il corso del franco al massimo, Kashya Mahmood converte 400mila franchi in dollari. Ne ottiene 510mila. Tre settimane dopo, il 6 settembre, la Banca nazionale elvetica, cioè il marito, prende una decisione storica, senza precedenti, per fermare il crescente rafforzamento della moneta: la Svizzera abbandona il regime di libera fluttuazione con l’euro e fissa un cambio minimo a 1,20 franchi. In pochi giorni dollaro ed euro riguadagnano il 10 per cento.
Il 12 ottobre la signora Hildebrand pensa bene di riconvertire quel mezzo milione di dollari. Voleva comprare alcune opere d’arte sul mercato americano, si è giustificata alla tv della Svizzera tedesca; pare invece che la coppia volesse comprare uno chalet nei Grigioni. Fatto sta che, grazie alle nuove norme valutarie, sul conto presso la Banca Sarasin si materializzano 465mila franchi, con un guadagno superiore al 15 per cento in soli due mesi. Un ottimo affare per la moglie del custode della correttezza e della riservatezza finanziaria elvetica.
Ma gli Hildebrand non hanno fatto i conti con il sistema che crolla. Il segreto bancario svizzero è un ricordo sbiadito. E anche le valli di Heidi sono squassate dalla lotta politica. Succede così che un tecnico informatico della Sarasin consegna (illecitamente) i documenti della doppia transazione a un avvocato vicino all’Udc (Unione democratica di centro), partito che a dispetto del nome è piuttosto spostato a destra. La faccenda finisce sui giornali. Scoppia lo scandalo.
Le dimissioni sono giunte dopo settimane di polemiche. «Non potrò mai fornire la prova definitiva che la transazione contestata è stata ordinata da mia moglie: posso solo dare la mia parola d’onore», ha detto Hildebrand. Egli sostiene di essere stato informato soltanto a cose fatte e di aver comunicato subito l’operazione al Comitato di sorveglianza della Bns. La PricewaterhouseCoopers, incaricata di indagare nel turbine delle contestazioni (e non appena appresa la notizia), ha concluso che il presidente non ha violato le leggi svizzere sull’insider trading. Ma nella patria del rigore calvinista non vige la presunzione d’innocenza.
Dunque, assieme alla conferma che il segreto bancario è merce d’antiquariato, un altro guaio colpisce la finanza svizzera: la scarsa sorveglianza. Lassismo, poco rigore, controlli insufficienti sulle transazioni private, debole regolamentazione dei conflitti d’interesse. Ed ecco il triste addio del banchiere arricchitosi senza saperlo.