Ma lo choc non porterà inflazione

Boom asiatico, minor dipendenza energetica e banche centrali: non torneremo agli anni 70

da Luogo

«La stabilità dei prezzi è il Sacro Graal dell’industria petrolifera». Aveva ragione Zaki Yamani, qualche anno fa potentissimo ministro saudita del Petrolio: l’equilibrio delle quotazioni è qualcosa che i Signori del greggio hanno (forse) cercato, senza mai riuscire a trovarlo. L’Opec ha perso da tempo la capacità di svolgere il ruolo di regolatore del mercato, compito svolto in passato dalle cosiddette Sette Sorelle, ovvero dalle grandi multinazionali dell’Occidente. Ma se le strategie del Cartello hanno fallito, diventando una tra le cause del picco dei corsi del greggio, almeno il mondo industrializzato resta ancora al riparo dall’incubo iperinflazionistico vissuto durante lo choc provocato dalla guerra del Kippur (1973) - quello che in Italia inaugurò il periodo bucolico e stringi-cinghia dell’austerity - e in occasione del conflitto tra Iran e Irak (1979-80).
È vero che la crisi attuale è ben diversa da quelle precedenti, essendo determinata non tanto da un’insufficiente offerta, quanto piuttosto da consumi crescenti verso i quali l’industria estrattiva e della raffinazione faticano a tenere il passo. Ciò non spiega tuttavia il mancato trasferimento sui prezzi al consumo dei rincari delle materie prime. Un fenomeno che può essere spiegato con la minore dipendenza dal petrolio conquistata negli ultimi 30 anni, periodo in cui le importazioni Ocse sono calate del 14%. Anche se questo discorso è valido soprattutto per Paesi come la Francia che hanno puntato senza esitazione sul nucleare, un po’ meno per l’Italia (vedi grafico nella pagina).
Inoltre, rispetto allo choc del ’73, quando i prezzi del petrolio schizzarono nel giro di un paio di mesi del 400% circa, dal livello minimo raggiunto nel dicembre ’99 (barile sotto i 10 dollari) a oggi l’incremento è stato del 600%. Insomma: più tempo concesso alle economie per metabolizzare i rincari e alle aziende per adeguare impianti e cicli produttivi, con minore ricadute sui prezzi finali.
Ulteriori elementi di novità responsabili dell’attenuazione delle spinte inflazionistiche sono da un lato l’affermarsi delle aziende della new economy, sulle quali le fasi di surriscaldamento del petrolio fanno meno leva; e, dall’altro, il processo di delocalizzazione produttivo sempre più spinto, soprattutto verso l’Estremo Oriente. I beni di consumo prodotti per esempio in Cina a basso costo e successivamente importati in Occidente, assolvono un’evidente funzione disinflazionistica. Così come il venire meno di meccanismi di indicizzazione salariale (la scala mobile in Italia) ha finito per porre sotto controllo i prezzi al consumo, affidandone il compito di controllore-regolatore alle banche centrali attraverso lo strumento dei tassi di interesse.