Chuck Berry, che fatica restare il papà del rock

L’anziana star debutta a Milano La sua mitica chitarra non suona più ma i fan si esaltano con «Maybellene» e «Johnny B. Goode»

da Milano

Poco ma sicuro: il popolo del rock vuol bene a Chuck Berry. Forse perché senza i lancinanti assolo della sua Gibson e i virulenti armonici di brani come Johnny B. Goode il rock and roll non sarebbe stato lo stesso; forse perché ha fatto sentire milioni di ragazzini grandi ed emancipati; forse perché è ancora il simbolo (seppur al lumicino) dell’iconografia rock. Non erano in molti mercoledì sera al Teatro Smeraldo di Milano per la prima del suo tour italiano, ma erano compatti, entusiasti, allo stesso tempo felici di vedere il loro mito in azione e melanconici nel ricordo del tempo che fu.
Il grande Berry, che dichiara 74 anni ma dovrebbe averne 79, dà tutto ciò che può dare e anche di più. Imbraccia la sua gloriosa Gibson rossa ma quasi non la suona; accarezza le corde, accenna qualche accordo ma le sue dita sono rigide e dure. Le sue straordinarie saette chitarristiche (che hanno ispirato Jimi Hendrix come Jimmy Page) sono un lontano ricordo. Gli assolo, i ritmi, i riff, li sostiene il figlio Charles. Lui però si guadagna ad honorem la fiducia del pubblico. Magro e allampanato come sempre, camicia di strass turchese, pantaloni neri e inseparabile cappello bianco, riesce ad essere il mattatore della serata. Canta con piglio, ironia ed espressività, si muove lentamente da esperto gigione (d’accordo non fa più il suo celebre «passo dell’oca» attraversando il palcoscenico in ginocchio ma mima alcuni balli tribali e l’atto sessuale con la chitarra) e trascina i fan che stravedono per lui sin dalle prime note. Gioca sulla fiducia e dopo pochi secondi dell’iniziale (e storica) Roll Over Beethoven tutti battono le mani a tempo; al secondo brano, l’inno Hail Hail Rock and Roll cominciano a scaldarsi e al terzo scandiscono le parole di Sweet Little Sixteen.
Col passare dei minuti anche Chuck sembra acquistare forza e convinzione, sostenuto da una buona band e con l’ingresso - nella seconda parte - all’armonica e al canto della figlia Ingrid. Snocciola così il vocabolario del rock and roll, di cui è stato uno degli inventori più selvaggi e sensuali fino ad arrivare all’autocelebrazione di Little Queenie e Johnny B. Goode (quattrocento versioni ufficiali tra cui quella dei Beatles e quella sconvolgente di Hendrix dal vivo). Una festa nostalgica e un po’ triste? Certo il vero Berry è un’altra cosa; uno che tira giù i teatri con la furia devastante del suo suono e della sua carica vitale. Gli anni passano per tutti e lui ha già dato fin troppo. Come ha detto qualcuno dopo lo show: «sono comunque contento di aver visto uno dei veri monumenti del rock».