Chuck Berry, lo scontroso «papà» del rock and roll

Stasera parte dal palco del Teatro Smeraldo la tournée italiana del vecchio leone: ottant’anni trascorsi fra genio e sregolatezza

Antonio Lodetti

Le bibliografie più accreditate dicono che è nato a St. Louis, Missouri, alle 6.59 di mercoledì 18 ottobre 1926. Altri libri suggeriscono che sia nato negli anni Trenta. In ogni caso Chuck Berry veleggia verso gli ottant’anni e non rinuncia al suo ruolo di papà del rock and roll. Stasera, dal Teatro Smeraldo, parte la tournée italiana del vecchio leone che, esattamente cinquant’anni fa, divenne uno dei pionieri della nuova musica con l’immortale Maybellene.
Insieme a Bo Diddley (il cui stile anarchico è più legato alle radici blues) Chuck Berry è uno dei grandi chitarristi che hanno insegnato il vocabolario del rock alle nuove generazioni. La sua Gibson scatenata, che gioca su accordi squillanti e assolo epilettici, ha fatto da biberon a Jimi Hendrix, Keith Richards e a legioni di stelle del rock. «Ho ascoltato molto il blues di T. Bone Walker - ci ha raccontato pochi giorni fa - poi quello di Elmore James, che ha modernizzato il blues di Robert Johnson, e in seguito quello di Muddy Waters e Howlin’ Wolf, ma il mio chitarrista preferito sono io. Mi sono fatto da solo e non devo ringraziare nessuno».
Scontroso, irascibile, selvaggio come il copione del rock richiede, Berry è tutto genio e sregolatezza. «Ho preso in mano una chitarra da pochi dollari e ho trasformato il blues in qualcosa di più veloce - racconta per spiegare i suoi esordi -; scrissi una canzone intitolata Ida Mae e la portai alla Chess Records, che allora era il massimo per la musica nera. Le accelerammo il tempo, cambiammo il titolo in Maybellene, e divenne subito un classico. Il resto è storia».
Il disco infatti arriva in testa alle classifiche pop, rhythm and blues e country. Una storia lastricata di successi come Johnny B. Goode (quasi 400 versioni ufficiali tra cui quella dei Beatles, di Jimi Hendrix, dei Sex Pistols), Sweet Little Sixteen, Roll Over Beethoven («che scrissi per ricordare i tempi in cui, da piccolo, ero costretto ad ascoltare le mie sorelle che suonavano il pianoforte classico»).
Del resto Berry è sempre stato un ribelle. Nel ’58 le sue esibizioni dal vivo, con il grande pianista Johnnie Johnson (uno dei misconosciuti architetti del rock and roll recentemente scomparso), più raramente con il pianista blues Lafayette Leake, Ebbie Hardy e in seguito il sax di Leroy Davis fa impazzire i teen ager di mezzo mondo aggiungendo ai suoi successi brani come Memphis Tennessee, Carol, Little Quennie, Sweet Little Rock and Roller, Almost Grown, inno d’emancipazione per i giovani americani.
Ha vissuto e superato le stagioni dell’hard rock, del punk, della new wave, della disco ed è ancora in pista, un monumento ancora in grado di far scoprire ai giovani le radici del rock. Non avesse condotto una vita sul filo del rasoio (è finito in carcere più volte, da giovane per intemperanze varie, più in là con gli anni per evasione fiscale).
Non fosse così attaccato ai soldi (nel mondo del rock è diventata famosa la «clausola Chuck Berry» ovvero: «Tutti sanno che non suono nemmeno un accordo se prima non mi hanno versato fino all’ultimo dollaro: questa è autodifesa») o così rigido nelle scelte (rifiutò di esibirsi a Woodstock) sarebbe ancora una star da classifica. Comunque sia, è il re del rock and roll; anche se siamo curiosi di vedere come il fisico reggerà il celebre «passo dell’oca», il suo spettacolare modo di suonare accovacciato su una gamba sola, con l’altra protesa in avanti, attraversando il palco da un capo all’altro.