CIÒ CHE IL PREMIER

Nulla da segnalare a Montecitorio. La Camera ha dato al governo Prodi una fiducia scontata dopo aver ascoltato, dallo stesso Prodi, uno dei discorsi più bolsi, generici e inutili della storia parlamentare. Non so con quanta ansia i deputati - molti dei quali sono veterani di dibattiti, e dunque non si fanno illusioni - aspettassero le ultime parole famose di Prodi a conclusione del dibattito. Sicuramente le aspettavano con ansia o almeno con interesse gli ingenui italiani cui sta a cuore la politica e cui stanno a cuore le sorti del Paese.
La vigilia del voto è stata dominata - per quanto lo consentiva la spasmodica attenzione allo scandalo calcistico - da alcuni interrogativi molto precisi e molto importanti riguardanti l’azione del governo di centrosinistra. Cosa ne sarà delle opere pubbliche che Berlusconi ha avviato e messo in cantiere? Cosa ne sarà del ponte sullo stretto di Messina e della Tav? Quale posizione sarà assunta per i Pacs, con tutte le loro inquietanti implicazioni? Che fine farà la riforma scolastica di Letizia Moratti? Quali e quante nuove tasse- o aumenti di vecchie tasse - attendono i contribuenti?
Non si tratta di robetta. Si tratta di temi fondamentali che riguardano lo sviluppo dell’Italia, la coscienza degli italiani, l’educazione dei loro figli, la sicurezza dei loro risparmi. Prodi era atteso anche perché i suoi ministri, incorreggibili monelli, s’erano esibiti in dichiarazioni perentorie e avventate, anticipando risoluzioni che avrebbero dovuto essere a lungo meditate e ufficialmente annunciate (infatti Prodi ha tentato di mettere il bavaglio a quegli scavezzacollo). Ma toccava proprio a lui di correggere il chiacchierare alla carlona di ministri e sottosegretari, e di dire al Paese, se non con sincerità almeno con un buon tasso d’attendibilità, ciò che lo aspetta. Invece ha scelto un logorroico silenzio: nel senso che ha chiacchierato per qualche decina di minuti tenendosi sempre nel vago, prospettando obbiettivi e speranze, allineando luoghi comuni. C’erano cose condivisibili, intendiamoci, tra quelle di cui s’è occupato. Chi non vuole che si ritorni a un avanzo primario, chi non vuole la crescita, chi non vuole la lotta al terrorismo, chi non vuole che l’Italia compia dei buoni passi avanti? Siamo d’accordo, ma non è su queste ovvietà virtuose che il nuovo presidente del Consiglio veniva chiamato alla prova. Doveva rispondere a domande nella sostanza semplici, ma di enorme peso. Perché sarebbero servite a far capire non solo le sue intenzioni, ma la capacità o possibilità che la sua coalizione ideologicamente composita, rissosa, avida di poltrone e povera di competenze trovi dei punti d’intesa.
Per la verità uno l’ha trovato: il ritiro delle truppe dall’Irak. Altro punto di facile concordia, anche con l’opposizione, è venuto dall’omaggio a Giovanni Falcone, e a chi con lui è morto nella strage di Capaci. Ma passaggi nevralgici della polemica che ha infuriato in campagna elettorale e che continua ad infuriare sono stati accuratamente avvolti nella caligine d’un politichese che voleva essere furbetto, ma che non ingannava nessuno. Prodi tergiversa perché non può dire nulla di sicuro, se si sporge nella sua cosiddetta alleanza succede un cataclisma. E così il dilemma della crisi energetica è stato risolto, se ho sentito bene, solo esprimendo l’auspicio che in qualche modo se ne possa uscire. (Il premier inglese Blair, a proposito dei partner europei su cui Prodi tanto insiste, ha deliberato un piano nucleare imponente). Il Ponte sullo Stretto e altre faccenduole sono stati ignorati. I numeri per il varo del governo alla Camera c’erano, nessun dubbio in proposito. Ma che povera fiducia.