Ci ha lasciato come aveva sognato

Diavolo d’un Professore, è riuscito a morire come aveva sempre sognato. In scena. Ma di più: a Genova, in diretta tivù, verbalmente azzuffandosi con il Presidente di turno. In nome e per conto del Grifone. Il massimo.
Franco Scoglio è stato il personaggio più istrionico, tribunizio, ambizioso, presuntuoso, arrogante, geniale, demagogico, ammaliante, scorbutico, provocatorio e spiazzante che il mondo del calcio potesse immaginare.
Quando fu chiamato da Spinelli al Genoa, nell’estate dell’’88, discettando di «zona sporca», «pressing a L rovesciata», «giocatori tripallici», «ventuno diversi modi di battere un calcio d’angolo», reduce dall’aver allenato a Messina Totò Schillaci «ragazzo dolcissimo che non capisce un cazzo», il Professore fissò i paletti: «Se non vinco lo scudetto in 3 anni, torno a Lipari a fare l’albergatore». Trionfò in quella B e affrontò la successiva serie A intimamente convinto che il passaggio alla Juve («Boniperti me l’ha promesso») fosse solo questione di tempo. L’ha fregato, allora e in séguito, l’amore folle nutrito per i propri difetti.
«Al mattino quando mi alzo devo pensare a qualcuno da odiare. Voglio essere antipatico e preferibilmente odiato. Quelli che sono simpatici non vincono una minchia». Molto era, molto ci faceva. Ci giocava. Ci marciava.
Amava dire pane al pane e vino al vino, ma se serviva sapeva diventare falso e bugiardo più di Giuda. Non diceva e non faceva mai niente a caso. Eppure - vi giuro - era capace di indicibili dolcezze con chi gli andava a genio «a pelle», persino se anziché idolatrato si sapeva canzonato. Unico imperativo categorico tacitamente richiesto e accettato: non azzardarsi a non chiamarlo Professore.
Tecnico, tattico e studioso di calcio extra strong, Franco Scoglio aveva la testa «cosparsa di microtraumi» a motivo di pallone.
Straordinario affabulatore, era la manna dell’intervistatore: con lui, i tasti del computer battevano da soli. «Bucava» il video, il mitico Prof, come a pochissimi la natura ha concesso. Perché dunque non è riuscito a sfondare a livello di agognatissime Grandi? L’hanno fregato il devastante frenetico galoppo sopra le righe, l’adorazione per l’iperbole, il morboso gusto del paradosso («Nel mio calcio contano solo palla e spazio, l’avversario è un’ombra»), i figli e figliastri di cui il Manicheo seminava lo spogliatoio e le conseguenti accuse di mobbing da parte dei negletti; per non dire della vittoria da 3 punti: esiziale per il teorico del Pareggio.
È finita che più cambiava piazza più lo licenziavano in anticipo. Bologna, Udine, Lucca, Pescara, Torino, Cosenza, Ancona… Per l’anacoreta della pedata, si era ridotta al Continente Nero l’ultima spiaggia di Scoglio l’Africano. Profeta in Tunisia, Ingegnere in Libia, cosa sarebbe andato a combinare in Guinea?
Ha vissuto il calcio con elmetto, moschetto e baionetta, e gloriosamente è morto in pubblica battaglia verbale col presidente del Genoa. Per lui, il massimo. «Il presidente non esiste. La società non esiste. La squadra non esiste. Esistono solo i tifosi e il tecnico». Ciao Prof. Finalmente potrai verificare se il Padreterno è davvero rossoblu.