Ci hanno rubato il padre E non lo troviamo più

di Stenio Solinas

Agli inizi degli anni Ottanta, la giornalista Edgarda Ferri raccontò in presa diretta nove casi italiani in cui la figura paterna cercava di capire dove e perché avesse sbagliato nei confronti del proprio figlio. Il libro si intitolava Dov’era il padre e di quelle storie quattro avevano a che fare con la droga, altrettante con l’estremismo politico e una sola poteva essere annoverata nel campo accidentato della follia. La risacca dello Spirito del Tempo lasciava sulla riva i resti di un decennio e passa dove si era smantellato lo smantellabile, il «vietato vietare» con cui si era scardinato ogni principio di autorità, il giovanilismo che aveva contagiato un po’ tutti, genitori che si vestivano come i loro ragazzi, nonni che non volevano più invecchiare, adolescenti che si ritenevano eterni... Fu un’ubriacatura a volte farsesca, a volte tragica, perché in quella contestazione generale nessuno era al riparo e quegli stessi genitori «democratici», «progressisti» che avevano applaudito e spesso partecipato in prima persona allo smantellamento si svegliavano una mattina con la polizia alla porta e il loro figlio, anch’esso «democratico» e «progressista», in galera per un omicidio politico, una rapina proletaria finita nel sangue, o all’obitorio, per un buco in vena...
Un quarto di secolo dopo, quella domanda senza punto interrogativo, più la certificazione di un’assenza e di un fallimento che l’interrogarsi sulle motivazioni che stavano loro dietro, è stata sostituita da qualcosa che le assomiglia, ma per alcuni versi la rovescia di significato e riguarda la ricerca del padre, la consapevolezza, per quanto confusa, di una figura di grande importanza, ma di cui si è perso il senso, il ruolo, la portata. È una ricerca difficile e per certi versi disperata: figura culturale per eccellenza, la devirilizzazione della società, ovvero la sua femminilizzazione, ne ha eroso il potere e minato la fiducia, le nuove frontiere della modernità ne prospettano la eliminazione. Mai come in questo XXI secolo da poco iniziato, le conquiste e le applicazioni della scienza, inseminazione artificiale, banca del seme, hanno messo in discussione la sacralità e l’insostituibilità dell’elemento paterno, trasformandolo, quando va bene, in una specie di toro da monta, quando va male in un surgelato riproduttivo.
Forse è anche per questo che le strade da battere sembrano essere quelle di un ritorno al passato in una logica barbarica e pre-moderna, da roccheforti assediate, dove, scomparsa ogni sovrastruttura sociale, ciò che emerge sono i legami più naturali e più viscerali: il sangue, l’onore, la lealtà, il coraggio, la lotta. Anni fa in Era mio padre, un bellissimo film di Sam Mendes, un killer professionista metteva in gioco la sua vita per proteggere quella del figlioletto, incolpevole testimone di un omicidio, condannato a morte dalla stessa organizzazione mafiosa da cui lui prendeva gli ordini. L’ultimo film di Gabriele Salvatores, Come Dio comanda, traccia la fosca figura di un padre nazista, cementato d’odio nei confronti del mondo circostante, il cui unico, profondo legame è con il quattordicenne che ha messo al mondo e che lo venera e lo teme come una divinità.
Intendiamoci, non si sta facendo l’apologia della mafia o della mistica del sangue e del suolo. Lo dico perché ormai viviamo in un’epoca in cui sembra essersi persa la voglia di ragionare e di capire. Del resto, lo stesso, come dire, pedigree autoriale del regista, centri sociali, puerti escondidi, Mediterranei e fughe dalla responsabilità in nome del rifiuto di crescere, dovrebbe testimoniarlo a sufficienza... È qualcosa di più sottile e di più complesso e che riguarda proprio la modernità e i suoi derivati. Ci siamo costruiti sempre più una visione della vita da cui andavano espunti tutti quegli elementi che non combaciavano con una mistica della tolleranza, dell’accettazione dell’altro, dei diritti dell’individuo, della bontà universale. Abbiamo stabilito che il conflitto andasse eliminato, la concertazione prendesse il posto della decisione, l’autorità cedesse il passo all’eguaglianza, l’ineguaglianza cessasse di esistere per decreto. Abbiamo spogliato l’esistenza delle sue esigenze spirituali per ridisegnarla nel nome del profitto e del consumo... Nel tempo, quelli che erano elementi pre-moderni, selezione, competizione, gerarchia, dovere, onore, premi, punizioni, sono stati caricati delle colpe della modernità stessa, guerre di massa, stermini di massa, distruzioni di massa e consegnati al Tribunale delle idee che ne ha stabilito l’abominio e la messa al bando. Questo spiega perché per esempio, e restando al Come Dio comanda di Salvatores, un bel film, a scanso di equivoci, al momento di raccontare un rapporto viscerale, di sangue, sì, e di amore fra un padre e un figlio, desueto nel suo darwinismo degli istinti, il regista non abbia più gli strumenti concettuali per immaginarselo. Nessun genitore politicamente corretto è in grado di rappresentarlo, teso com’è a un eterno padre fanciullo e fratello maggiore più o meno raziocinante, ovvero a una figura assente, persa dietro la sua carriera e i suoi hobbies, presente soltanto come carta di credito con cui illudersi di comprare l’affetto del figlio... Così, quello che gli si spalanca di fronte è l’inferno abietto, e come tale da respingere, e però affascinante nelle sue capacità sacrificali, dell’irrazionale che non ha bisogno di parole, di un’educazione che è anche fatta di dolore, di un potere, quasi, di vita e di morte, proprio perché disposto al proprio totale annullamento se questo può servire alla salvezza dell’altro. È, insomma, come se il Novecento dei totalitarismi si riverberasse sul passato pre-moderno pretendendone di essere l’esito logico nonché il giudice inflessibile: ma il rapporto di causa-effetto non è così matematico e la storia non è un’operazione algebrica.
Così, ci condanniamo a un futuro in cui nulla del passato può più servirci, perché lo abbiamo scomunicato, ma siccome di quel passato siamo imbevuti, per archetipi, letture, sentimenti, tradizioni, radici, esso continua ad esercitare un richiamo e più lo inchiodiamo a una lettura passiva, interessata e demonizzante, più non riusciamo a ritrovare il bandolo per riannodare i fili di un’esistenza che stia insieme in una logica coerente. È un corto circuito intellettuale impressionante, dentro al quale ci siamo tutti, ormai incapaci di recuperare concetti e sentimenti che ci appartengono e che nei secoli fecero grande l’Europa, il tipo umano che la incarnava, le funzioni sociali che la rappresentavano, il combinato disposto di virtù mercantili, guerriere e civili, lo spirito di sacrificio, la fede in un’identità, la difesa di una cultura e della cultura. La ricerca del padre passa anche da qui, le scorciatoie ci consegnano solo caricature atroci.
Stenio Solinas