Ci mancava solo Hillary: «Indagherò su Amanda»

Hillary Clinton si ferma un attimo a riflettere e poi assicura: «Sulla condanna di Amanda ascolterò chiunque abbia dei timori». L’America pesta i piedi. Davanti a quella sentenza, il Paese non ci sta. La senatrice Maria Cantwell è la voce di tutti gli innocentisti. È lei che ha praticamente tirato per la manica il segretario di Stato, Hillary Clinton. L’ha coinvolta, l’ha interpellata. «Un verdetto oltraggioso», dice la senatrice. «Non esistevano prove sufficienti per spingere una giuria imparziale a concludere, oltre ogni ragionevole dubbio, che Amanda fosse colpevole. Il processo ha messo in evidenza una serie di difetti nel sistema di giustizia italiano, compresi il trattamento aggressivo dei poliziotti nei confronti di Amanda, il fatto che la giuria non sia stata tenuta in isolamento - consentendo così ai giurati di leggere gli articoli spesso scandalistici, e la negligenza mostrata dagli inquirenti nella raccolta delle prove». Spara a zero la senatrice. Giornali, avvocati, televisioni, rincarano la dose. Tutti garantisti. Tutti a dire: «Amanda è innocente». L’America processa l’Italia. La senatrice promette di parlarne con l’ambasciata in Italia, con il segretario di Stato Hillary Clinton. Lo fa. Tanto che la costringe ad ammettere: «Non ho un’opinione sul caso. Troppo impegnata ad occuparmi di Afghanistan. Ma certamente ascolterò il senatore Cantwell, o chiunque altro che ha preoccupazioni, ma non posso offrire alcuna opinione a questo riguardo». In una intervista al programma domenicale della rete televisiva Abc, «This Week», Clinton ha assicurato che sarà disposta a incontrare chiunque abbia dei timori riguardo al modo in cui è stato gestito il processo. Cantwell coglie la palla al balzo e giura di presentare a Clinton i suoi timori, fra cui quello che il processo sia stato inquinato da un sentimento «anti americano».
Hillary intanto precisa di non aver espresso alcuna preoccupazione al governo italiano. Una patata bollente per il segretario di Stato. E al momento non gli resta che smorzare i toni. Un ruolo difficile. L’America è con Amanda fin dall’inizio. I messaggi on line, gli appelli, le raccolte fondi. L’hanno definita la «Lobby degli amici di Seattle». Tutti tifosi di Amanda. Sono in tanti, sempre più numerosi, potenti. È anche così che la storia di Amanda è diventato un caso. Il giorno del verdetto, l’attimo in cui il giudice l’ha condannata a 26 anni di carcere l’America si è stretta alla famiglia di Seattle. Le telecamere e i giornalisti accucciati sotto al divano della famiglia Knox hanno mostrato le lacrime dei parenti. Lo sconforto e la disperazione sul volto della nonna. Le lacrime dei fratelli e dei cugini. L’America è schierata al fianco di quella ragazzina stralunata. Che cantava «Let it Be» e che prendeva tutto troppo poco sul serio.