Ci mancava soltanto l’esercito dei nonbastisti

Adesso dal Pd al sindacato, i disfattisti hanno un nuovo mantra: "Non basta". Anche se si tratta delle loro proposte...

Una volta era il «benaltrismo»: lo sport politico nazionale per cui quando l’avversario individuava una soluzione a un problema, gli si poteva sempre rinfacciare che facesse il piacere, il problema è ben altro. Oggi il gioco si è evoluto in un più spregiudicato «nonbastismo». Non basta. Non basta mai. Il governo vara la manovra economica ma la scagliona su tre anni fissando il pareggio di bilancio al 2014? Non basta, il 2014 è tardi, bisogna accelerare, op-op. Poi il governo annuncia un’agenda anticrisi con le parti sociali? Eh no, non basta, che delusione. Infine il governo, complice un caos finanziario internazionale inedito, decide di anticipare il suddetto pareggio di bilancio? Macché, non basta ancora.
Leggere il Corsera degli ultimi tre giorni per credere. Mercoledì 3 agosto, la giornata è cruciale perché il premier andrà a riferire in Parlamento. L’editoriale lo scrive il direttore Ferruccio de Bortoli. Titolo: «Primo: domare subito l’incendio». Consigli: «La misura più urgente è l’anticipo del pareggio di bilancio», poi bisogna «privatizzare e liberalizzare con decisione», e adottare «misure eccezionali anche se ciò dovesse comportare sacrifici per imprese e famiglie». Il giorno dopo, il commento al discorso del premier, che in Aula rassicura il Paese e chiede collaborazione a opposizione e parti sociali, lo firma Sergio Rizzo quello dei libri sulla Casta. Si intitola «Le attese deluse», ti pareva. Perché? Perché serve «un gesto immediato. Non domani: adesso». Passano due giorni di fuoco: venti di tempesta spazzano le Borse mondiali, persino la Bce dopo 18 mesi di sbadigli annuncia l’acquisto di bond e invita l’Italia ad anticipare il benedettissimo pareggio di bilancio, il governo annuncia che, e sia, la manovra verrà anticipata, e l’editoriale di ieri cos’è? È Sergio Romano che avverte: «Bene ma non basta». Per dire, già che c’erano, i politici, potevano «decurtare sensibilmente i propri benefici».
Ma di meglio ha fatto la politica. E dire che non era impossibile dare un segnale di apertura, magari accogliendo, così en passant, l’appello di Napolitano all’unità nazionale. Prendete Italo Bocchino, non certo un berlusconiano. Giovedì sera chiedeva a Berlusconi «un passo indietro per farne fare uno avanti all’Italia». La sera dopo dava atto al premier di aver dato un «segnale di discontinuità».
Eppure. Maestro di capriole è stato Pier Luigi Bersani. Quando il governo annunciò una manovra da 47 miliardi con pareggio di bilancio nel 2014, il segretario del Pd parlò di «farsa drammatica» ricordando che «l’impegno con l’Ue per il pareggio di bilancio l’hanno preso loro e ora buttano l’amaro calice su un miracoloso 2014». Seguito da un Antonio Di Pietro ancora più esplicito: «L’ipocrisia di rinviare gli impegni a dopo le prossime elezioni è una inaccettabile furbata vetero-democristiana da prima Repubblica». E adesso che la manovra se la cucca tutta questo governo? Non basta, (e se basta non vale). Di Pietro parla di «pagliacciata». Franceschini e Veltroni insistono: governo tecnico subito. A Enrico Letta scappa l’applauso: «Berlusconi non poteva parlare così mercoledì?». Ma poi si riprende: «Governo di larghe intese». Bersani si avvita: «Bisogna capire cosa significa pareggio di bilancio, ci sono sei sette modi di intenderlo». Poi digrigna: «E comunque chi paga?». Infine scivola: «E poi perché c’hanno bisogno della Costituzione?». In realtà a chiedere l’inserimento del pareggio nella Carta erano stati i sindacati, e infatti i leader di Cisl e Uil Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti hanno salutato con favore le misure del governo. Però, anche lì: Angeletti ha detto che l’anticipo al 2013 «me lo sarei evitato», vacci a capire. Per Bonanni va tutto bene, ma il taglio ai costi della politica?
Regina di acrobazia Susanna Camusso. La leader Cgil il 4 agosto bocciava il confronto col governo: «Non ha colto l’urgenza della situazione e si è limitato a fare un’agenda su quella proposta da noi». Ieri non potendo criticare nel merito s’è rifugiata in un: «Il governo fa male al Paese», punto e basta. Tentata spallata a parte, viene il sospetto che la corsa al «nonbastismo» sia propedeutica a quella ben più infida all’«io l’avevo detto». Purché, pur di dirlo, la corsa del passo avanti per ottenerne uno indietro non finisca nel burrone...