Ci salva Schwazer cuore di campione marcia di bronzo

Il giovane altoatesino terzo a sorpresa nella 50km: «Tenendo d’occhio il cardiofrequenzimetro ho capito che ce l’avrei fatta»

Riccardo Signori

nostro inviato a Helsinki

Un bocciolo di edelweiss italiana spunta dall’asfalto di Helsinki. Stella alpina cresciuta in un paesino di otto case, a 30 chilometri dal confine con l’Austria. Nome tedesco per la prima medaglia azzurra di questi mondiali. Serve un sorriso per ringraziare questo ragazzino dalla battuta pronta, che parla l’italiano di Sturmtruppen facendosi scoprire quando dice «dalle nostre parti si comincia con il sci o l’hockey ghiaccio», mica tanto bravo a scuola, con una fame da lupo, il cuore dei predestinati e il cardiofrequenzimetro a dettargli il passo. Alex Schwazer è la faccia baby di questa Italia con il muso lungo, faticatore della marcia più prosciugante, quella dei 50 km, scoperto, svezzato e ora coccolato da Sandro Damilano, stirpe nobile dall’occhio lungo che mette nella bacheca di famiglia la 38ª medaglia della storia di tecnico.
Bronzo nei 50 km sotto il primo pallido sole rispolverato dal cielo di Helsinki dopo una settimana di nubi. Terzo dietro un duo di russi che fanno 60 anni in due (Kirdyapkin il vincitore ha 25 anni, Voyevodin 35), lui che ha appena passato i venti e in gara ne ha sentito tutta la forza vitale. Ha galleggiato intorno alla settima-ottava posizione fino all’avvicinarsi dei 40 chilometri quando è partita la rimonta: quinto ai 40 dietro i due russi, al cinese Zhao e al norvegese Nymark che al 43° gli sono finiti alle spalle. Stile da marciatore di forza, fisico secco (1,85 per 73 kg), testa lucida e cuore affidato al cardiofrequenzimetro che si porta addosso. La sua è stata una corsa al computer e vinta con il computer. Sandro Damilano gli urlava: «Vai piano, non esagerare! Ricordati di non passare le 150 pulsazioni». Ma lui guardava il computerino e se la rideva. «Mi diceva di andare piano, però le pulsazioni erano basse, 92-93, stavo bene e acceleravo. Ho vinto ascoltando il cuore». Il cuore parlava, le gambe giravano, il fisico rappresenta un filone d’oro: di norma 28-30 pulsazioni al minuto, cuore da campioni. Ricorda Indurain.
Invece il nome Alex ricorda il Del Piero che piace alle mamme. Questo Alex dal cognome duro come il suo modo di marciare («È ancora da sgrezzare. Ma ha inventato una gara incredibile» racconta Damilano), è un Alex che piace per quella faccia limpida, capelli biondini e corti come un marines e una storia fatta di tante prove prima di approdare allo sport della sua vita. Il racconto è sintesi: «Ho cominciato con l’hockey ghiaccio, ero punta centrale, ho giocato anche nella Nazionale giovanile. Ho provato con il ciclismo, ma non riuscivo a stare in gruppo. Prendevo vento e finivo cotto. Ho capito che la marcia era fatta per me l’anno scorso. Ho partecipato al campionato italiano a Termoli, avevo solo due mesi di allenamento e ho chiuso in quattro ore. Mi sono detto: ce la posso fare. Questa era soltanto la mia quinta 50km». Ieri ha concluso con il nuovo record italiano: 3 ore, 41 minuti, 54 secondi. La faccia e l’espressione si fanno più candide: «Pensavo di battere il record promesse. Invece mi sono migliorato di sette minuti».
Straordinaria semplicità, come tutta la sua storia nata in un paesino, Calice, che è già un invito al brindisi, 1400 metri d’altezza, sette chilometri da Vipiteno, lingua d’obbligo il tedesco, figlio di Maria, bidella di scuola, e Joseph, papà sciatore e ora addetto alla manutenzione stradale. Alex ha sofferto nel lasciare l’hockey, stava per essere preso dalla Quick Step, la squadra ciclistica di Bettini, ma alla fine ha ascoltato la voce di Damilano che aveva intravisto le sue grandi doti. E ci ha dato dentro nella cosa che gli piace di più. «Faticare: non per scelta ma per caratteristiche. Cerco di allenarmi di più per migliorare la tecnica e spendere meno energie in gara». Così ragiona un’ipotesi di campione. Niente PlayStation, meglio le passeggiate nel bosco con il papà. Fidanzate? Non ancora. Meglio abbondare a tavola. Eppoi forza con il tacco e punta. Racconta Damilano: «Alex, a 20 anni, si mangia più di 7000 chilometri l’anno. L’ho visto percorrere, per cinque giorni di fila, 50 km al giorno. Lo chiamo l’animale: è una bestia da soma». L’animale si è fatto bestia di razza. È entrato a braccia levate nello stadio che il 27 luglio 1952 celebrò Pino Dordoni campione di Olimpia. Ieri la signora Dordoni ha telefonato a Helsinki e ha ringraziato questo Alex cuor di campione. Nel nome di suo marito e di un ricordo.