«Ci salverà un ragazzo. E il nostro stellone»

«Un rimedio per uscire dalla crisi? Lo stellone italico».
Carlo Fruttero sarà anche un «sublime balordo» (come lo definiva Montanelli), ma le cose le vede chiarissime. Ottantuno anni compiuti lo scorso settembre, dopo la morte di Lucentini si è ritirato a vita privata sulla costa toscana, nella pineta di Roccamare (quella dove ambientò Enigma in luogo di mare) e sta scrivendo il prossimo libro: Mutandine di chiffon. Che non sarà un giallo, ma un autoritratto. E questo la dice lunga sull’ironia del personaggio.
Però quando parla dell’Italia non riesce a essere tanto ironico. Il disastro è di quelli con il bollino blu, ha tutte le certificazioni che contano. Dal New York Times a Bankitalia, dal Financial Times al cardinal Bagnasco, non manca nessuno. E alla lista si aggiunge il de profundis di Fruttero.
«È una fine ingloriosa e non sono neanche stupito. Mi viene in mente l’8 settembre con i soldati che si vestivano da donna per scappare. Non mi meraviglio. E non ho più l’età per indignarmi. Uno quando si indigna consuma energie e io ne ho poche. E ridere di una situazione così non si può».
Ha una ricetta per uscire da questo disastro?
«L’unica consolazione è pensare che ne abbiamo passate di peggio».
Tipo?
«La crisi della prima guerra d’Africa. La crisi del Fascismo. La Guerra. Gli anni di piombo. L’emergenza mafia».
Non è una bella prospettiva. Ha qualche rimedio nel suo cassetto di scrittore?
«Sto leggendo i Diari di guerra di George Orwell. Libro bellissimo scritto benissimo da un uomo intelligentissimo. Si sforza di arrivare alla verità, ma non ne azzecca una. Se tutte le previsioni di Orwell sono sbagliate, si figuri se mi azzardo a farne io».
Azzardi.
«Salterà poi fuori qualcuno? Per esempio Vladimir Luxuria potrebbe rivelarsi un nuovo Giolitti o un De Gasperi che prende in mano la situazione. Penso che alla fine qualcosa succede sempre. È solo il pensiero che peggio di così è difficile andare. Alla mia età non ci si meraviglia più di tanto».
Se fossimo in uno dei suoi gialli, chi sarebbe l’assassino?
«Ce ne sono diversi. Comunque sono tutti politici. È un periodo in cui nascono solo mediocri, aggrappati a idee stupide, vecchiume, corporazioni, come quella dei taxisti. È come nello sport. In questo periodo non ci sono tennisti di talento e non ci sono neppure politici di talento».
Anche lei come Grillo? Cavalca l’antipolitica?
«Grillo non mi entusiasma. L’antipolitica è uno sfogo momentaneo trucido e violento, ma non è una soluzione».
Se i politici sono gli assassini, chi sono i complici?
«Gli italiani. Io sono italiano, mi piacciono gli spaghetti, non posso dire che vorrei essere svizzero o danese, ma il vero problema ultimo sono gli italiani. Buffoni, cialtroni, malfidi, esagerati, emotivi, hanno tutte le cose peggiori. Io considero Sordi uno delle grandi icone del Paese. Vide tutto benissimo e lo rappresentò in modo mirabile: servilismo, bassezza, avidità. Si può solo sperare che in questa sterminata folla di persone indecenti sali fuori un Falcone o un Borsellino, un De Gasperi, un Giorgio Armani».
Lei cita le eccezioni che confermano la regola. Oppure le piace l’uomo forte, che in Italia è sempre stato un po’ pericoloso...
«Siamo sempre vissuti di eccezioni. Al tempo di Cavour c’era alla fin fine solo Cavour. In mezzo a tanti modesti e idioti salta fuori Cavour. Un uomo, due, e poi cinque, a volte inaspettati. Ne ho viste troppe per non pensare che ce la faremo anche questa volta. È sempre il solito stellone italico».
Quindi la soluzione deve venire dalla politica?
«Io credo che uno dei problemi dei politici è che usano un linguaggio incomprensibile per mascherare il loro nulla. Usano formule oscene. È un orgia di “ognuno si assuma le proprie responsabilità” e di “facciamo un passo indietro”. L’orrore è che con quelle formule lì vincono loro. O si insultano o riescono a non dire nulla. Ne sento uno che parla per dieci minuti e alla fine dico: cosa ha detto? Il linguaggio è perduto e si perde il senso delle cose».
Quindi basterebbe mandarli a lezione d’italiano e si risolve il problema?
«Imparino tutti la lingua politica bella, onesta e che si faccia capire. Dovrebbero tutti leggere il libro di Saviano. Li caccerei tutti dal Parlamento e li metterei in un convento per un anno. Con maestri severissimi: tu hai due, tu quattro, tu devi riscrivere tutto cento volte. Bacchettate sulle dita e senza tanti lussi: brandine per dormire e imparate a scrivere, a parlare, a dire le cose come stanno».
Se fossimo in un libro di fantascienza, che cosa succederebbe ora?
«Troveremmo un ventitreenne per bene e capace, che abbia una dirittura morale e sia onesto e che diventa capo del governo. Però noi con Urania (la collana che Fruttero curava per Einaudi, ndr) avevamo previsto tutto. Gli scrittori di fantascienza con i loro paradossi meravigliosi avevano già scritto tutto trent’anni fa».
Lei ha scritto anche diversi libri sulla prevalenza del cretino. «Avevamo ragione. I cretini hanno prevalso. Un po’ come la spazzatura di Napoli, si sapeva che avrebbe prevalso la munnezza».
Allora lasciamo che la munnezza ci ricopra?
«Sì. Che l’Italia diventi un’immensa discarica. Ci arrendiamo. Pazienza. Milano, Torino, Brescia, Bologna. Se fossi il direttore di un settimanale illustrato farei tanti fotomontaggi, con spazzatura che ricopre tutte le città. Solo qua e là emerge qualcosa. A Firenze il campanile di Giotto. A Venezia il campanile di San Marco. Ecco la previsione, nemmeno tanto ironica, sullo stato dell’Italia».