Ci salverà la repubblica presidenziale

L’avviso ai naviganti è chiaro e forte. L’offensiva finale per far implodere l’intero sistema politico italiano è ormai in corso d’opera. Per chi non lo avesse capito sarà sufficiente leggere il fondo di Angelo Panebianco sull’ultimo numero del Magazine del Corriere della Sera. Il professore liberale lancia il grido dell’ultimo assalto, preannunciando «la delegittimazione preventiva» dell’attuale dirigenza politica. Ecco a cosa è giunto in Italia il pensiero liberale, o almeno parte di esso. L’affermazione di Panebianco, se le parole hanno un senso, riprende quel proposito enunciato da Veltroni qualche settimana fa quando ha indicato come obiettivo del suo nuovo partito il big-bang democratico. Insomma, si sta per ripetere ciò che si è già visto agli inizi degli anni Novanta, e le forze che si muovono come panzer sono sempre le stesse. Sono quei circuiti finanziari intrecciati con la grande informazione, guidati, o meglio ancora, serviti da quegli intellettuali che nel passato o erano immersi nel codardo silenzio quando la sinistra in tutte le sue forme aggrediva il sistema delle economie di mercato o spiegavano al Paese che il mondo andava da tutt’altra parte. Sconfitte dalla storia, quelle forze hanno poi guidato l’offensiva di Tangentopoli, pensando di costruire un nuovo equilibrio politico fuori e contro i grandi partiti di stampo europeo con l’aiuto di qualche manina d’Oltreoceano. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Secondo un copione già scritto, al grido di Panebianco rispondono oggi le nuove «tricoteuse» di alcune armate brancaleonesche guidate da comici o da quanti hanno messo in galera centinaia di persone risultate poi innocenti. È il nuovo concentrato populista che tenta di eccitare la pancia di un Paese per molti versi giustamente arrabbiato per un declino che si avverte sulla pelle.
La politica di oggi, infatti, fa di tutto perché la delegittimazione preventiva invocata da Panebianco trovi terreno fertile. La confusione in cui si dibatte è impressionante. Lo spappolamento dei partiti del centro democristiano, la lotta tribale che caratterizza quel Partito democratico che ancora non c’è, il tentativo di assemblare la sinistra antagonista con un ambientalismo sempre più declamatorio e clientelare e financo la tentazione del maggiore partito italiano, Forza Italia, di fare un altro partito, sono le terribili testimonianze di un sistema che si sta avvitando su se stesso. Una grande confusione, dunque, che offre spazi immensi a quel populismo che nella storia dell’uomo ha sempre e solo saputo distruggere, aprendo la strada a stagioni autoritarie. Nessuno, oggi, si affaccerà mai a Palazzo Venezia, ma nell’era della globalizzazione i meccanismi autoritari sono più sofisticati, spesso invisibili, ma altrettanto violenti. C’è bisogno, allora, di indicare una strada lungo la quale riprendere il bandolo di una politica alta e democratica. Se i partiti di oggi non sanno venir fuori dalla crisi che li attanaglia è tempo, forse, di abbandonare la democrazia parlamentare per scegliere quella presidenziale, con tutti i suoi pesi e contrappesi, sul modello americano.
I lettori sanno che noi siamo da sempre proporzionalisti e parlamentaristi, ma quando è in gioco la democrazia bisogna avere il coraggio di rinunciare anche alle proprie idee per salvare il Paese. L’Italia è oggi nelle condizioni in cui era la Quarta Repubblica francese, nella quale lo sfarinamento del sistema dei partiti stava affondando il Paese che fu salvato da Charles De Gaulle e dalla sua riforma costituzionale di tipo presidenziale. È questa forse la scelta istituzionale necessaria per battere quel disegno autoritario dei liberali alle Panebianco e delle forze che gli stanno dietro e per uscire dal pantano in cui si sono cacciati i partiti di oggi. O questi ultimi in poche settimane si ricompongono in aree culturali omogenee, ripristinando una democrazia parlamentare forte e autorevole, o la scelta di un sistema presidenziale è obbligata. Come si sa il tempo in politica non è una variabile indipendente e chi ha orecchie per intendere, intenda.
Geronimo