«Ci sono criminali nei partiti israeliani»

Gian Micalessin

Israele ha votato e i ministri di Hamas hanno giurato ieri, ma nulla sembra cambiare. Da ieri, anzi, tutti sembrano ancor più decisi al muro contro muro. Mahmoud al Zahar, il leader di Hamas, capo-gruppo al Parlamento e ministro degli Esteri del nuovo esecutivo palestinese, ha definito criminali i leader israeliani. «Per quel che ci riguarda – ha detto Zahar - tutti gli esponenti dei partiti israeliani hanno commesso crimini contro i palestinesi». Khaled Meshaal, il leader dell’ala dura di Hamas in esilio a Damasco, boccia senza mezzi termini Ehud Olmert, Kadima e il futuro governo israeliano, li accusa di aver dichiarato guerra ai palestinesi.
Dal Sudan il segretario della Lega Araba, l’egiziano Amr Moussa, il presidente palestinese Abu Mazen e gli altri capi di Stato intervenuti al vertice della Lega Araba di Khartum, dichiarano inaccettabile qualsiasi piano unilaterale del nuovo governo israeliano. «Il risultato delle elezioni non cambierà nulla fin a quando Olmert non cambierà i suoi programmi e non abbandonerà la strada degli accordi unilaterali», ha detto Mazen.
Moussa ha espresso uguale perplessità e ha chiesto ai Paesi arabi di studiare qualche opzione alternativa «perché un simile progetto non può funzionare e finirà con il peggiorare la situazione». L’Egitto, primo Paese arabo ad aver firmato una pace con Israele, non ha preso posizione sull’argomento, ma il suo ministro degli Esteri, Ahmed Abul Gheit, ha consigliato i leader israeliani «di evitare tutte le misure unilaterali e di privilegiare la ricerca d’una soluzione negoziata» basata sul piano presentato a Beirut nel 2002 dalla Lega Araba.
Mazen, una volta a Gaza dove lo attendevano il premier Ismail Hanyeh e i ministri del governo di Hamas per la cerimonia di giuramento, ha lanciato un messaggio più conciliante. «Il governo israeliano deve cambiare la propria attitudine adottando una politica basata sui colloqui di pace e sugli accordi internazionali», ha detto Abbas rispondendo all’invito ad agire lanciatogli da Olmert.
Hamas e i suoi leader non sembrano però lasciar spazio per la moderazione. «La posizione sionista, indipendentemente da chi abbia vinto le elezioni, è assolutamente ostile nei confronti della causa palestinese», tuona da Damasco Meshaal, ricordando che non vi potrà essere soluzione fino a quando Israele non rinuncerà alla parte araba di Gerusalemme, non si ritirerà sui confini precedenti la guerra del ’67 smantellerà tutti gli insediamenti e concederà ai profughi il diritto al ritorno. «La loro posizione affonda il processo di pace, nega la nostra esistenza e non ci offre possibilità… è una dichiarazione di guerra al popolo palestinese».
Prima di prender parte al giuramento davanti al presidente Mazen anche il premier Ismail Hanyeh ha definito inaccettabile, per il nuovo governo e per tutti i palestinesi, il piano di ritiro unilaterale israeliano. La cerimonia d’investitura dei 24 ministri e del premier svoltasi in un’atmosfera di freddezza e distacco istituzionale ha visto Hanyeh giurare «fedeltà alla patria e ai luoghi santi» di fronte a un Mazen silenzioso e inespressivo.