«Ci sono troppi garantisti a comando»

da Roma

«Silvio è un amico, è una bravissima persona...».
Velardi, non abbiamo ancora cominciato l'intervista.
«Non si sa mai».
Si sa, però, che qualche mese fa la sua società ha rilevato la Sircana&Partners, la società di comunicazione del portavoce prodiano.
«Per la precisione l'acquisizione è stata della holding Wifi, che controlla svariate società tra cui “Reti”».
La Sircana&Partners aveva qualche pendenza fiscale?
«Circa centomila euro, che abbiamo scalato dalla cifra complessiva di acquisto».
Lei difende Sircana. Quand’era capo dello staff di Massimo D'Alema, però, accettaste le dimissioni di Fabrizio Rondolino da capo ufficio stampa. In quel caso, addirittura, la colpa era solo di aver pubblicato un capitolo un po’ osé in un romanzo...
«L’uscita del libro fu solo il casus belli. In realtà...».
... in realtà?
«C’era un malessere di Rondolino, un rapporto col resto della squadra dalemiana che non funzionava».
Non fu scritto così, allora.
«Ma così è. Fabrizio, un amico anche lui, non era contento di come si svolgeva il suo lavoro a Palazzo Chigi. Certo, col senno di poi, forse abbiamo sbagliato a prendere questa decisione in quel momento di crisi, perché apparve una resa a quello spirito bacchettone e ipocrita - lo scriva bene: ipocrita - che aleggia sempre in questo Paese».
Lo stesso spirito ipocrita che spinge gli stessi che l'estate scorsa fecero fuoco e fiamme contro Salvo Sottile, l’ex portavoce di Gianfranco Fini, a fare fuoco e fiamme per difendere Sircana? Cos’è, doppiopesismo morale?
«Esattamente. Sottile era almeno accusato di qualcosa che poi s’è rivelato fuffa, nel caso di Sircana c’è l'ulteriore aggravante dell’assoluta inesistenza di un profilo penale. È una vittima e basta, Silvio. Detto questo, è verissimo che in Italia siamo pieni di garantisti a comando. L’appello alla morale è sempre subordinato all’appartenenza politica. E questo deprime. Abbiamo fatto ormai l’abitudine a indagini che prima nascono, vanno sulle prime pagine dei giornali, e poi finiscono in un nulla di fatto, a parte il massacro mediatico di qualcuno. E io mi chiedo: non paga mai nessuno, per tutto questo?».
Ammetterà, a ogni modo, che siamo di fronte a un caso paradossale. A ottobre Dagospia titolava: «Salvate il soldato Sircana». Oggi è il generale Prodi che protegge il suo portavoce. Ma non dovrebbe essere il portavoce a difendere il suo leader dagli scandali? Antonio Ghirelli fu dimesso da capo ufficio stampa del Quirinale per coprire una gaffe di Pertini.
«Il comportamento di Romano Prodi mi pare molto degno, anche se capita spesso che la condotta dei politici verso i propri collaboratori non sia così corretta...».
Be’, dopo il siluramento di Angelo Rovati per l’affare Telecom, Prodi non poteva permettersi di perdere un altro stretto collaboratore.
«Ovviamente. Ma penso sia anche una questione di legame personale: se un leader sceglie un portavoce o un consigliere è perché ha fiducia in lui. Ancor più in questo caso, dove non c'è un briciolo di prova che incastri Sircana in qualche brutta storia».
A dire il vero, lui ha ammesso di aver fatto una stupidaggine a fermarsi dal trans.
«Embé? Questo va a maggiore apprezzamento del suo profilo morale e professionale».
Sì, ma gira voce che Prodi l’abbia quasi costretto a restare al suo posto.
«Che Sircana, ferito nella sensibilità e nel senso dell’onore, abbia pensato di dimettersi, è ovvio. Poi, che sappia io, a prescindere dalle pressioni di Prodi, ha ragionato a lungo e serenamente, anche con sua moglie Livia che lo ha molto aiutato in questi giorni difficilissimi, e ha deciso in piena autonomia di rimanere portavoce del governo».
Ma nel governo e dintorni si rumoreggia. La «Velina rossa» ha chiesto più volte le dimissioni.
«Pasqualino Laurito, a cui voglio bene, è una simpatica persona che qualche volta la imbrocca e qualche volta no».