«Ci spettava parte dei contributi Tonino ci sbattè la porta in faccia»

da Roma

L’inchiesta della procura di Roma sui conti dell’Italia dei valori non sorprende più di tanto gli ex amici di Antonio Di Pietro, quelli che hanno lasciato (o sono stati costretti a lasciare) il movimento dopo aver mosso pesanti addebiti alla gestione dell’ex Pm di Mani pulite. Fra i tanti ecco Giulietto Chiesa, giornalista, eletto nella lista «Di Pietro, Occhetto, società civile» alle scorse consultazioni europee. Prima di addentrarsi nel tema dei finanziamenti elettorali, Chiesa insiste per una precisazione: «Non è vero quanto mi viene attribuito nell’esposto dall’avvocato Di Domenico relativamente a mie presunte dichiarazioni sui miliardi dell’Idv che sarebbero dovuti andare alle sedi regionali e non alla sede centrale. Non posso entrare nel merito di questioni che riguardano un partito, l’Idv, semplicemente perché io non ne ho mai fatto parte. Quanto ai finanziamenti pubblici - continua Chiesa - è vero che ho mosso pesanti critiche a Di Pietro, ma in un’altra circostanza; quando, per le elezioni europee, anziché suddividere equamente le spettanze economiche dovute alla lista, si tenne tutto per sé. Io, Occhetto e altri componenti della lista ponemmo il problema allorché scoprimmo, finite le elezioni, che Di Pietro usava tutto il finanziamento pubblico senza dare niente agli altri. Gli ho chiesto se non riteneva giusto darci qualcosa visto l’apporto che avevamo fornito per la vittoria elettorale, e lui ci ha risposto che non ci avrebbe dato nemmeno un centesimo. Ci ha sbattuto la porta in faccia - conclude Chiesa - da quel giorno ho deciso che non avrei avuto più niente a che fare con questo signore».
Un altro grande amico dell’ex Pm, fra i primi a contestarlo e a essere cacciato dal movimento, è il calabrese Beniamino Donnici, assessore regionale al turismo con Agazio Loiero. Non appena avviene il contatto registriamo un certo imbarazzo: «Quando ho letto il Giornale sono rimasto di sasso. Ho sperato di non ricevere una vostra telefonata perché la storia dei finanziamenti dell’Italia dei valori, che è davvero seria, mi rattrista. E invece siete arrivati puntuali. Cosa volete sapere?». Come stanno le cose, per cominciare: «Stanno che solo perché chiedevo trasparenza, un po’ di democrazia e qualche regola in più, Di Pietro mi ha espulso dal partito. Fra le contestazioni che sollevai c’era, è vero, anche la questione della gestione dei finanziamenti. Di Pietro - spiega l’assessore - ha una visione esclusiva della politica, considera il partito che ha fondato come una sua "proprietà". Non solo sui soldi è difficile convivere e ragionare con lui. Per cinque anni ho dato l’anima per il movimento, ci credevo, ci avevo scommesso. Poi, però, ho dovuto prendere atto che non si poteva assolutamente andare avanti». Al di là degli eventuali rilievi penali, osserva Donnici, «qui si è davanti a un problema di immagine, di linearità di comportamenti. Questo è un partito dove non ci sono organismi: basta leggere lo statuto, articolo 16, e uno si rende conto che Di Pietro fa e disfa tutto da solo. Da quando è stato fondato il partito, non è mai stato celebrato un congresso. Se uno dissente, viene cacciato. Io sono stato espulso per indegnità politica, l’ho querelato. Pensate che mio figlio dopo l’espulsione mi disse: "Papà, ma chi mi hai fatto votare? Chi ci hai portato a casa?". E ancora. Adriano Ciccioni, consigliere comunale milanese, è confluito nel Gruppo misto perché non ne poteva più: «L’inchiesta del Giornale su Di Pietro è assolutamente godibile e legittima perché rappresenta una situazione oggettiva. Fermo restando che spetterà alla magistratura rilevare eventuali illeciti, resta il fatto che il problema dei finanziamenti c’è. L’uomo ha fatto un partito di cui si ritiene il padre-padrone, lui solo decide e non è un caso che si fa accompagnare da chi gli fa da zerbino. Va dato atto all’avvocato Di Domenico di aver sollevato un problema serio. Molto serio».