Ci vorrebbe il «Pitta» e il suo coraggio per l’impopolarità

(...) Un partito che non tema di appoggiare manovre economiche, anche dolorose, tagliando consulenze e costi della politica scandalosi e inutili,ma senza dimenticare gli sprechi, anche quelli graditi ai cittadini.Un partito che, quando un comitato urla, non urli più forte per far capire ai cittadini che lui sta con il comitato, pensando di lucrare due o tre voti in più, soprattutto se e quando il comitato ha torto. Un partito che non abbia paura di dire dei «no», anche dolorosi. Un partito che non lisci il solo pelo ai suoi elettori, ma che - ovviamente senza dimenticare di ascoltarli - sappia anche guidarli sulle strade più impervie dell’impopolarità. Un partito, soprattutto, che non faccia a gara di demagogia con gli altri.
Un partito che può avere anche un identikit. Ad esempio, quello del Partito liberale italiano di un tempo, non le sue caricature. Penso al partito di Giovanni Malagodi, di Luigi Einaudi e del conte Carandini («guardateci i calzini, noi siamo i liberali del conte Carandini»), nel quale etica pubblica e privata andavano di pari passo. O un partito come il Partito repubblicano italiano, prima che l’Edera diventasse una faccenda da giardinieri con le cesoie in mano una volta a Giorgio La Malfa e l’altra a Francesco Nucara. Un partito del rigore e della serietà, simboleggiato anche a Genova dalla candidatura nel collegio di Albaro di Duccio Garrone (nella campagna senatoriale più calda della storia, con Guido Carli come antagonista per la Democrazia Cristiana, per di più con il risultato di non far eleggere nessuno dei due, candidati straordinari e simboli di un mondo diverso) e dall’arrivo alla presidenza della Regione Liguria, nel 1980-1981, di un galantuomo targato Pri come Giovanni Persico, mentre a Palazzo Chigi andava Giovanni Spadolini.
Ecco, il «Pitta» suggerisce di fare quella cosa lì. Un Partito repubblicano di oggi. Un partito della serietà e della verità, anche quando è scomoda. Forse è per quello che non glielo fanno fare.