«Ci vuole un patto d’onore con gli industriali»

Marco Magnifico, amministratore delegato del Fondo per l’Ambiente Italiano: «Servono norme chiare e vincolanti. Più potere alle Sovrintendenze, poche e senza diritto di veto»

Per salvare quanto resta dell’Italia potrebbe bastare una parola. Lo sostiene Marco Magnifico, amministratore delegato culturale del Fai e coordinatore del Convegno nazionale che si apre domani a Roma. La parola è nella fattispecie un verbo che secondo Magnifico è fondamentale, perché può cambiare le carte in tavola. «Si trova al comma 3 dell’articolo 143 del nuovo Codice dei Beni Culturali - dice l’amministratore del Fai - più conosciuto come Codice Urbani dal nome dell’allora ministro. Il comma recita che i piani paesaggistici per uno sviluppo che non distrugga il territorio “possono” essere fatti in accordo fra Regioni, ministero dei Beni Culturali e ministero dell’Ambiente. È lì l’equivoco, la debolezza di uno strumento legislativo peraltro in gran parte molto positivo. Quel “possono” significa, per esempio, che le sovrintendenze non hanno potere effettivo di veto nei confronti di progetti distruttivi. Ebbene, al Convegno noi chiederemo, con quanta più forza possibile, che quel “possono” venga tramutato in “devono”. Questo significherebbe che, senza il parere favorevole dei Beni culturali e dell’Ambiente, i piani paesaggistici non passano. O sono fatti di comune accordo o niente».
Conosciamo però anche la debolezza delle sovrintendenze, poche, scarse di personale qualificato, a corto di mezzi, con il compito di controllare un patrimonio fragile quanto vasto.
«A questo proposito forse ho una buona notizia. Sembra che all’inizio dell’anno prossimo si faranno finalmente i concorsi per 40-50 nuovi sovrintendenti».
Ma le sovrintendenze non hanno nessuna competenza sul pesante impatto paesaggistico provocato dai nuovi insediamenti artigianali-industriali, i famigerati «capannoni» per intenderci.
«Chiederemo che gli stessi incentivi concessi alle aziende che li costruiscono vengano destinati anche al restauro dei centri storici, al recupero dell’architettura rurale, al reimpiego delle aree industriali dismesse, al sostegno dell’agricoltura di qualità. Ma la cosa fondamentale su cui insisteremo e che dà anche il tema alla prima sessione del Convegno, sono le regole, gli strumenti legislativi e amministrativi. Fiorenza Brioni, il sindaco di Mantova, lamenta proprio che non ha strumenti per fermare l’insediamento del Lago Inferiore. “Dateci le regole” ci ha detto Ettore Artioli, vicepresidente della Confindustria per il Mezzogiorno».
A parte il fatto che l’Italia ha leggi ad hoc fin dal 1939, le regole sono fatte per essere trasgredite.
«Più sono chiare e univoche e meno si trasgrediscono. Ma lo scopo del nostro incontro romano va oltre. Per la prima volta lo teniamo nella sede della Confindustria. Ci hanno rimproverato di andare nella tana del lupo, di cercare l’accordo proprio con i responsabili di devastazione ambientale e inquinamento. Invece secondo noi questo passo andava fatto. Bisogna puntare a un sistema in cui tutela e sviluppo non siano più termini antitetici. Bisogna sfatare la leggenda che la tutela sia antieconomica e che lo sviluppo passi necessariamente attraverso la distruzione dei beni culturali e paesaggistici, che sono poi quelli oggi a maggior rischio».
Ma qual è la disponibilità dell’altra parte ad accettare le regole senza tentazione di aggirarle?
«Non sono pochi gli imprenditori che puntano allo sviluppo sostenibile. Agli altri noi diciamo: “Mettetevi una mano sul cuore, datevi anche voi un codice di autoregolamentazione. Sappiamo che da sempre l’attività industriale è quella che ha il maggiore impatto sui beni paesaggistici. Ma l’Italia è anche vostra”. Dobbiamo assolutamente arrivare a confrontarci, a stringere questo patto. Un patto di civiltà, senza il quale non approderemo a nulla».