Ci vuole Springsteen per sprovincializzare il Festival di Roma

Bruce Springsteen, un alieno al Festival di Roma. Un extraterrestre. Un soggetto geneticamente diverso. L’altra faccia della luna precipitata sul red carpet, abitualmente calpestato da dive in frusciante lamé, registi nostalgici dei Settanta, mezze figure. L’altra sera lì c’era il Boss, stivali da cow boy e giaccone di pelle. Sessant’anni di grinta ribelle. Di domande vere. Di sano rock. L’America di Steinbeck e del suo erede McCarty. Tutto difficilissimo da omologare al resto della kermesse. Se però l’evento speciale per cui il quinto Festival del Film sarà ricordato è la calata di Bruce, qualcosa vorrà dire. Per esempio che è un po’ provinciale, come dimostra la scarsa partecipazione della stampa straniera. E come dimostra lo svarione della Sony che ha fatto proiettare Social network, il suo film più forte, in lingua italiana. Oppure che è prigioniero di troppi bizantinismi, cui quest’anno ancor più l’hanno costretta i Centoautori facendolo diventare una kermesse di lotta e di governo. Come dimostra il presidente della giuria internazionale Sergio Castellitto che legge il documento del movimento «Tutti a casa» in una serata che, volendo difendere il lavoro degli operatori dello spettacolo, intanto impedisce il red carpet inaugurale e tutto il suo indotto.
Springsteen è venuto a vedersi il documentario sul backstage di un suo disco (The Promise: Making of “The Darkness on The Edge of Town” di Tom Zimny) e, dopo, davanti ai milleduecento che erano riusciti ad entrare in sala, ha detto: «Per me la musica è un mezzo d’investigazione per capire chi sono io. Chi sono come americano. Come figlio. Come padre. È un mezzo per cercare me stesso. Ogni disco dovrebbe essere un passo avanti in questa ricerca, per questo ci metto tanto a farlo». Finora al Festival l’unico applauso scoppiato durante una proiezione si è sentito quando, parlando dei suoi concerti, Springsteen li ha descritti come la possibilità di «creare qualcosa di completamente nuovo. Esci sul palco, batti un, due, tre, quattro e in quel momento con tutto il pubblico crei un intero mondo. Fatto di una serie di emozioni. Di una serie di valori».
Era vero trent’anni fa ed è vero oggi, come dimostra quell’applauso. Ma come sono lontane le conferenze stampa con il solito prevedibile bersaglio, dove il peggio del passato rappresentato nei film equivale all’Italia berlusconiana di oggi. Dove il nemico è sempre fuori da sé. Mentre il Boss parla della sua «ossessione del peccato, quello che ci portiamo dentro, con cui conviviamo tutta la vita». E come sono diversi gli anni settanta senza ideologie di Bruce e di Darkness che parla dei troppi uomini che vivono nell’oscurità ai margini della città. Di uomini che lavorano in fabbrica, come il padre che ci ha perso l’udito. Come sono lontani dai Settanta cari al nostrano movimento «Tutti a casa» che scandisce parole d’ordine e slogan stantii, «occupazione», «autogestione», «presidio» …
Si chiama Extra la sezione che ha avuto il merito di esibire Springsteen, dandogli una platea e un microfono che hanno rotto il conformismo dei nostri riti, dei nostri bizantinismi, delle passerelle griffate. Extra con un extraterrestre. E bisognerà trarne qualche riflessione. Il direttore artistico Piera Detassis e il suo staff danno l’anima per organizzare il Festival. Ma è la collocazione nel calendario, troppo vicina alla Mostra di Venezia e pressata persino dall’imminente Torino Film Festival, il suo peccato originale. E non può bastare nemmeno la maggiore disponibilità di mezzi economici a superare la prelazione veneziana e il fatto inevitabile di trovare il campo delle cinematografie mondiali già arato da Marco Muller. O a convincere le star americane ad attraversare l’oceano per una rassegna ancora poco internazionale. Perciò, alla fine, si è costretti a prendere film già passati al Sundance festival (Animal Kingdom), a Toronto (Rabbit Hole, Heavnen. In a better world, lo stesso The Promise) o addirittura già usciti in sala (Social network). O a inventarsi qualcosa di extra, con i soldi di Gucci, per l’invito a Scorsese. O con il carisma e la generosità umana di Bruce Springsteen.
Meno male che Bruce c’è.