Ci vuole un terremoto per farci ricordare quanto siamo fragili

Per molti di noi il tempo da lunedì si è fermato. La prospettiva stessa delle cose è mutata.
Il gorgo delle attività quotidiane e del tempo che manca, temporaneamente dimenticati o non considerati; lo stress dei piccoli problemi quotidiani annullato o momentaneamente accantonato. La prospettiva e la nostra percezione/visione della realtà sovvertite. Incollati davanti allo schermo, siamo entrati in punta di piedi nelle vite stravolte di sconosciuti e, credo, riuscendo solo minimamente a immaginare che cosa significhi vivere un dramma così. Questa volta non credo siano accettabili le critiche mosse ai media per sfruttamento del dolore altrui. Come tanti italiani ho seguito in queste sere anche due o tre trasmissioni contemporaneamente facendo zapping, in lacrime, attraverso i dolori e le tragedie, le persone salvate o non ancora trovate. Non sono state passate immagini cruente ma solo tremendamente realiste! C’erano teli verdi messi davanti a un ipotetico salvataggio e poi pietosamente riposti per fare spazio ai teli bianchi, per avvolgere i cadaveri; immagini di case completamente sbriciolate, di persone che urlavano i nomi dei loro cari sperando in una risposta mentre aspettavano i soccorsi e, dovunque, persone sedute o che camminavano avvolte nelle coperte marroni, da sole o condividendo la coperta con qualcuno, gli occhi fissi nel vuoto o la camminata di chi con la ragione non riesce a far fronte a ciò che sta succedendo. Il senso della precarietà e della caducità delle nostre vite è entrato prepotente nelle case di tutti noi e ha sovvertito le priorità, ha momentaneamente annullato lo stress dei problemi quotidiani.
Bastano pochi secondi a cancellare una vita e mai come ora acquista valore concreto il detto «mancare la terra sotto i piedi»: la sensazione fisica deve essere stata tremenda e, per chi si è salvato, anche quella psicologica che viene dall’aver perso tutto, anche ciò che ci caratterizza come individui, la nostra casa, i nostri vestiti, i nostri ricordi.
Abbiamo sentito la storia di quella signora anziana che per ingannare il tempo mentre aspettava i soccorsi è riuscita a lavorare all’uncinetto, quella della famiglia che aveva da poco finito di pagare il mutuo e ha perso tutto o della donna che aveva partorito poche ore prima ed è riuscita a scappare dall’ospedale con la figlia in braccio! O ancora delle due sorelle che, nonostante le insistenze della madre, sono volute rientrare domenica alla casa dello studente invece di lunedì: chissà quante volte il corso della nostra vita cambia a seconda delle scelta che facciamo.
(...) Allora la nostra realtà acquista un valore completamente diverso, i problemi passano in secondo piano: tutti noi siamo rientrati nelle nostre case, assaporando il bene di ciò che diamo per scontato e con il cuore gonfio per chi in questo momento, se fortunato, possiede solo se stesso.

Siamo così sommersi dalle nostre faccende quotidiane che a volte è necessaria una tragedia per farci ricordare, di colpo, quanto siamo fragili, quanto sono effimere le cose che crediamo eterne e quanto poco apprezziamo quella che consideriamo la «normalità»: salute, casa, affetti. Speriamo che le immagini viste in questi giorni restino a lungo impresse dentro di noi, e che non svaniscano rapidamente, seppellite da altre macerie, non materiali ma morali.