Cia-gate, sulla Casa Bianca l’ombra delle dimissioni di Rove

Si aggrava anche la posizione di Libby, stretto collaboratore di Cheney

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Il «braccio destro» di George Bush sarebbe pronto ad «autoamputarsi» per il bene del suo leader. Lo riferisce, almeno, il settimanale Time, che dagli eventi degli ultimi giorni e ore, e sulla base di informazioni confidenziali raccolte in ristretti circoli informati, crede di poter dedurre che Karl Rove sia pronto a dimettersi dalla sua carica di vicecapo dello staff della Casa Bianca se, come alcuni pensano, sarà accusato formalmente di spergiuro da Patrick Fitzgerald, il magistrato che conduce l’inchiesta sul cosiddetto «Ciagate».
Rove, che è considerato il consigliere più stretto del presidente nella conduzione delle campagne elettorali e in genere sui modi in cui «presentare le cose» al pubblico americano, è stato interrogato sabato per la quarta volta davanti al gran giurì e la sua posizione si sarebbe aggravata ulteriormente dopo che Judith Miller, la giornalista del New York Times, si è decisa a «parlare» dopo ottantacinque giorni passati in carcere per «oltraggio alla magistratura inquirente» avendo rifiutato di fare i nomi dei suoi informatori. Ha «patteggiato» con gli inquirenti, è uscita di prigione e ha raccontato molto, se non tutto, dei colloqui in cui esponenti dell’amministrazione Bush le avrebbero fornito l’identità di Valerie Plame, agente segreto della Cia, al fine di danneggiare suo marito, il diplomatico Joseph Wilson, reo di non aver trovato in Niger le prove di un’iniziativa di Saddam Hussein per procurarsi materiale nucleare; argomento utilizzato da Bush per giustificare l’attacco all’Irak.
La Miller, a quanto pare, non ha fatto direttamente il nome di Rove, mentre invece ha coinvolto nella sua testimonianza un altro «pezzo grosso» dell’amministrazione, Gordon Libby, «braccio destro» del vicepresidente Cheney. Anche in base a queste ultime rivelazioni il cerchio si è stretto attorno a Rove e il giudice Fitzgerald dovrà decidere entro pochi giorni (il suo mandato scade il 28 ottobre) se accusarlo formalmente di spergiuro.
Rove, evidentemente d’accordo con la Casa Bianca, avrebbe già deciso cosa fare in quella eventualità, in modo da limitare i danni politici per il presidente. Egli si metterebbe in «aspettativa» a tempo illimitato e senza stipendio: un «taglio netto» con formale esclusione di qualsiasi ulteriore rapporto di consulenza con il presidente, «anche dietro le quinte». Tutto questo per permettere a Bush di montare una linea difensiva coerente e di respingere tutte le accuse di essere stato a conoscenza delle manovre per screditare un collaboratore «ribelle».
Rove ha già cominciato a sparire di scena. Dopo il quarto e finora ultimo interrogatorio da parte degli inquirenti egli non è rientrato alla Casa Bianca e subito dopo ha disdetto la partecipazione a una manifestazione del Partito repubblicano in cui egli doveva pronunciare il discorso principale per il lancio di un candidato, Jerry Kilgore, a governatore della Virginia. Non si ha ancora notizia di decisioni analoghe di Liddy, il cui ruolo nelle «indiscrezioni pilotate» a diversi giornalisti per colpire Wilson attraverso la moglie sarebbe stato più diretto.
La giornalista del New York Times avrebbe contrattato, oltre che con i giudici, anche con rappresentanti di Liddy e di Cheney la testimonianza che le ha permesso di uscire dal carcere. Per esempio ella ha ammesso che Liddy era presente al colloquio in cui venne fuori il nome di Valerie Plame ma di «non ricordarsi» se sia stato lui a pronunciarlo. Nella deposizione Liddy ha inoltre definito con un termine più vago che copra teoricamente un rango inferiore al suo nell’amministrazione.
La tempesta politica, dunque, deve forse ancora cominciare. Molto dipenderà dalle conclusioni cui giungerà il gran giurì e dalle conseguenze che ne trarrà il giudice Fitzgerald. Formalmente l’accusa è quella di avere messo in giro il nome di Valerie Plame: è infatti reato svelare l’identità di un agente segreto, tanto più se al fine di punire il marito per aver rifiutato di avallare la testi della Casa Bianca. Tutto ciò in un contesto, la decisione su una guerra, molto più importante che non lo scandalo di trent’anni fa cui la definizione Ciagate rimanda. Il caso Watergate non ebbe conseguenze drammatiche se non per il presidente Nixon, che dovette dimettersi.