La Cia: «È il perfetto bis di Madrid»

Evidenti le analogie con l’11 marzo. Osama ormai conta su una «confederazione» di cellule

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Per i servizi americani di intelligence il compito è stato questa volta, purtroppo, fin troppo facile. Almeno quello iniziale. Due ore dopo la strage di Londra rimanevano pochi dubbi su chi ne sia stato l’autore. E non solo perché il gesto è stato rivendicato da un gruppo finora sconosciuto che però si richiama espressamente ad Al Qaida ma anche e soprattutto per lo «stile» con cui la sanguinosa operazione è stata condotta. «Ci sono le impronte digitali» dice qualcuno alla Cia, naturalmente senza «firmare» questa sua opinione. Le somiglianze con l’eccidio di Madrid sono impressionanti: la pluralità degli obiettivi tutti però legati al mondo dei trasporti e soprattutto la scelta di una data significativa, carica di valori simbolici. A Madrid la vigilia delle elezioni, adesso a Londra il giorno dell’apertura del G8. Più, naturalmente, la coincidenza con l’indomani della assegnazione alla capitale britannica dei Giochi Olimpici; ma gli esperti concordano nel considerare questa come una coincidenza. È evidente, si spiega, che la catena di attentati era stata preparata accuratamente con una lavoro che forse ha richiesto mesi e su un terreno fra i più difficili, sia per l’efficienza della polizia e del controspionaggio britannici, sia perché che quello sarebbe stato il prossimo bersaglio era dato per scontato.
La lista nera è stata recitata da Osama Bin Laden in persona, con una sembianza di «graduatoria», che purtroppo adesso, dopo che la «sentenza» è stata eseguita a Londra e a Madrid, potrebbe essere in questo momento capeggiata dall’Italia. Forse sarebbe stato più risonante un atto terroristico compiuto più direttamente vicino ai tredici leader mondiali riuniti a Gleneagles, ma la concentrazione di security laggiù era evidentemente estrema e soprattutto scarseggiavano, in confronto con la metropoli, i bersagli. C’è anche quasi unanimità fra gli esperti nel ritenere che il gesto sia stato in gran parte opera di «manovalanza locale», il che non può sorprendere dal momento che la Gran Bretagna ospita, dopo la Francia, il massimo numero di immigrati musulmani, molti dei quali cittadini del Regno Unito. Questi dati confermerebbero la trasformazione avanzata di Al Qaida in una «confederazione» di cellule terroristiche bene inserite nel tessuto demografico e sociale dei diversi Paesi.
Il paragone improprio ma rimarchevole che viene avanzato è con le catene di fast food. I singoli McDonald’s non sono proprietà di McDonald’s, che, in questo caso a pagamento, fornisce il nome e il marchio. Anche nel caso del terrore fondamentalista molto sarebbe lasciato alle iniziative individuali, perché i singoli gruppi sarebbero in gran parte di germinazione spontanea, senza collegamenti diretti o indiretti e in gran parte anzi ignorando l’uno l’esistenza o l’identità dell’altro. Al Qaida fornirebbe soltanto le grandi strategie. In pratica sceglierebbe nel menu delle iniziative concedendo appoggio, consulenza, magari rinforzo e comunque pubblicità a quelle che ritiene più «interessanti».
Il processo era già avviato prima della strage di Manhattan nel 2001 e della conseguente occupazione americana dell’Afghanistan, quando Bin Laden vi disponeva di basi quasi all’aperto e di campi di addestramento, gli stessi che prima erano stati allestiti nel Sudan. Proprio a proposito della strage delle Torri Gemelle non è mai tramontata la tesi secondo cui anch’essa sarebbe stata elaborata autonomamente dalla cellula annidata in una moschea di Amburgo e poi sottoposta all’approvazione di Bin Laden.
Ci si chiede allora se sia vero quello che Bush afferma spesso e cioè che «il mondo è più sicuro». Probabilmente lo è l’America, soprattutto per gli sforzi che essa ha compiuto con successo di sorvegliare attraverso la prevenzione le attività di tutti i gruppi sospetti. Negli ambienti dell’intelligence Usa si sottolinea anche che, al di fuori dell’Irak, i casi di terrorismo internazionale sarebbero in diminuzione, addirittura dimezzati, nei confronti, ad esempio, degli anni Ottanta. Ma questo potrebbe non valere per l’Europa, che secondo alcune allarmate previsioni starebbe diventando il nuovo epicentro del terrore fuori dai confini geografici tradizionali dell’Islam.