Ciak, la besagnina diventa attrice e il film si trasforma in poesia

Dal ponte medievale di pietre strette entri nel film. Montebruno di qua dal ponte e Montebruno «di là dal fiume tra gli alberi». Il Trebbia è una bava in quel suo letto a due piazze. Straniato. Che sul sagrato della chiesa va in scena la reiterazione del mito. Un ciak lungo un giorno per raccontare il poeta Giorgio Caproni nella sua Val Trebbia. È l'urgenza dell'anima di Fabrizio Lo Presti, attore prima, regista adesso di «Statale 45», cinquanta minuti di un film documentario che s'ancora alla statale per declinarla sui chiaro-scuri di quel 1935 della valle vissuta dal poeta. Lo Presti chiama a raccolta Montebruno infilzato dal nastro d'asfalto che allaccia Liguria ed Emilia. I gradoni della chiesa spalmati d'erba e disegnati di lastre, il castagno verde di ricci a dare ombra, il carretto delle verdure, una moto Bianchi 500 del '35 issata sul cavalletto, la Lancia Augusta del '36, la Balilla tre marce del '34, un'altra Balilla del '32 tagliata per farne un camioncino e quella corriera Fiat rossa che la statale se la succhiò al centimetro. Un set animato di facce della Val Trebbia. I costumi scovati nei bauli, i capelli arricciati nelle forcine alla maniera delle nonne. Guardi dal castagno la messa in scena di una terra che già ti parla con colori e tempi suoi. Lo Presti è Caproni giovane.
Megafono: «Quando dico azione dovete muovervi tutti». Allarghi il campo: quel «tutti» sono un bel trenta persone. La Bruna e la Carlotta, donne del paese, besagnine col fazzoletto in testa e l'abito da lavoro, sono lì in piedi da un paio d'ore. Qualche primavera nei capelli e un ruolo antico che non fanno fatica ad interpretare. Il sole sale, l'aria fresca lo allunga. La scena del mercato, poi quella della corriera rossa su cui devono salire Caproni, le fanciulle in attesa, un anziano professore e gli amici che arrivano sulla Balilla guidata da Umberto, baffo ardimentoso e fazzoletto al collo. Vanno al «ballo a Fontanigorda», che Caproni compose nel '35. L'auto si spegne sul ponte, il proprietario scalpita, gli grida in dialetto «tira l'aria». Macché, giù dai gradoni, che accidenti a lui che s'è messo la canottiera e non può fare l'autista. «Si gira», tutti in posa, la cartolina non fa difetto, la musica esce dal grammofono e alleggerisce gli animi. Una danza di fanciulle, uno sbracciare in saluti, Giuseppe, Giorgio, Giovanni, Renzo e Renato, contadini, guardano la scena e s'asciugano la fronte. La Bruna si sente mancare, poi l'allarme rientra, la giraffa s'allunga sulle facce. Si ricomincia. Gli altri sono dietro il castagno a guardarsi com'erano. Macchine fotografiche, occhi fissi e orgoglio d'appartenenza. Lo Presti cerca l'aria di Caproni, cerca le sfumature del verde, e la musica del Trebbia. Cerca il battito della valle, la tradizione che disegna le facce.
Le comparse le ha scelte alla svelta, che il progetto è l'architettura di Caproni. Il regista scrive la sceneggiatura e la interpreta. Si mette sulla statale e segue le tracce del poeta che ha studiato e ama. Corre, indica, fuma, parla coi tecnici. Papà lo guarda dal castagno. Lo guarda disegnare il sogno. Pausa di cinque minuti. Raggiungi Lo Presti. Perché Caproni? «Sono di Genova, Oregina. Lui ha abitato poco distante da casa mia. Venivo in vacanza qui. Qui ho sentito parlare di lui, qui ho ritrovato le sue parole dipinte. Poi l'urgenza di raccontarlo e interpretarlo. Il bisogno di ritrovarlo melanconico e schivo nei luoghi dove s'è sposato ed è sepolto». Intanto scopri che Lo Presti, 34 anni, formatosi all'Accademia Teatrale di Pontedera, è attore dello Stabile di Genova e comico aggregato alla Gialappa's Band (il Batman di Mai dire Lunedì). Prima di tutto attore con attori, «quello che viene dopo è formazione». Ci prova col cinema. Con amici-attori genovesi crea una casa di produzione, Les Films du Caniveau con cui realizza un corto di otto minuti: «Giorgio Caproni. Frammenti di vita in Val Trebbia». Riceve il premio per la regia al Premio Provincia di Genova e il corto viene trasmesso ripetutamente al Museo della Lanterna. L'idea su Caproni funziona. Uno spiraglio che diventa luce. Perché non basta una pillola. Lo Presti pensa al lungometraggio. Poi ci sono quelle corrispondenze che incrociano le teste pensanti e gli uomini di largo sentire. E finisce che Federico Marenco, vice presidente della Comunità Montana Alta Val Trebbia e un passato da sindaco rivoluzionario a Montebruno, incontra l'assessore regionale Fabio Morchio che gli mostra il corto.
Poi arriva l'idea del lungo e perché non farlo? I tremila euro per finire il film ce li mette la Comunità Montana. Una giornata di riprese e un paese che si consegna al regista. «Avevo già girato un cinquanta minuti. Altro materiale da cui pescare. Mancavano giusto la scena che precede il ballo a Fontanigorda già presente nel corto e Caproni che cerca Rina Rettagliata, sua futura moglie, con la motocicletta. Poi la scena dei bambini che escono da scuola e lui che li accompagna nel prato». Un mosaico d'immagini e poesie in sottofondo. Dove l'intervista ai figli di Caproni nell'oggi sfuma sulla corriera rossa della statale nel '35. Dove la parola scarnificata del poeta segna il tempo di un racconto documentale che è strada in salita, puntellata di emozioni tradotte, ritrovata nei volti della valle. Con Lo Presti gli amici dello Stabile, Sonia Tripi, Anna Silvestrini, Manuela Castagnola e Mauro Pirovano. Con lui un paese che intuisce l'affetto. Che il caldo si sopporta bene quando la passione annulla il tempo. Lo seguono questo regista garbato, un po' «giardino dei Finzi Contini», che guarda ai film francesi. «Passeggiavo per Parigi. L'occhio mi cadde sulle scanalature per l'acqua piovana ai lati delle strade, caniveau, le stesse che trovi in San Lorenzo. Viene da lì il nome della casa di produzione. L'acqua che scivola e lava, che è poi la funzione catartica del film».
Lo Presti torna al megafono e ai suoi attori inventati. Anche lui ha preso la statale '45 per fare il viaggio. Un percorso al contrario che è bisogno di ritrovarsi nel ritrovarlo. Dal '35 alla fine della guerra, con Caproni, maestro elementare a Rovegno, che incontra Rina. Poi le lotte partigiane e il Premio Viareggio conquistato con Le stanze della funicolare, la sua Genova in salita «la mia città degli amori in salita, /Genova mia di mare tutta scale». Versi che ingabbiano il regista in questo amore che è sempre qualcosa di alto e irraggiungibile, in una sublimità verticale che l'ambiente incarna perfettamente. Fino a «Statale 45», oggi film, ma già lirica di Caproni sul viaggio-verticalità finale. Il montaggio a settembre e ad ottobre nelle sale. Basta ciak, basta trucco. Tutto torna in fondo ai bauli. Sullo schermo la vita decantata.