Ciak alla Mostra tra metal detector e fuochi d’artificio

S’inaugura sotto gli sguardi delle forze dell’ordine il Festival del cinema. Cerimonia d’apertura affidata a Inés Sastre (su Raisat) davanti alle star e a quattro ministri prima della cena in riva al mare

Michele Anselmi

da Venezia

Sotto il sole dell'una, un Marco Müller vestito di blu dalla testa ai piedi (niente camicia, t-shirt alla Armani sotto la giacca) accetta di fare la comparsa d'eccezione per una troupe della Rai. Deve passare, come se sbucasse dal nulla, sotto uno dei cinque varchi dotati di metal detector, ancora incellofanati, che introducono a quelli che il presidente della Biennale, Croff, definisce «i santuari del festival». «Che ve ne pare di queste Porte di Brandeburgo?», scherza il direttore, sotto lo sguardo divertito di una poliziotta. La «porta» è un arco quadrato alto quasi cinque metri, sormontato da due leoni, dal gusto vagamente mussoliniano, in modo da intonare la costruzione allo stile del vecchio Palazzo del cinema. Non sarà una Mostra «blindata», ma certo la novità, arrivando, si nota. E c'è da augurarsi che la «bonifica leggera» promessa dai dirigenti della Biennale non si trasformi in un inferno quotidiano per i festivalieri accreditati, circa 2200, specie nei due week-end cruciali, in corrispondenza dei film americani più attesi. In ogni caso, non sarà più permesso condurre in sala zaini vistosi e apparecchi elettronici: al massimo il cinefilo potrà disporre di una borsa leggera nella quale riporre press-book e carte varie.
Com'è il clima? Pigro come sempre, da Mostra in allestimento. D'accordo, davanti al vecchio casinò, diventato quartier generale, ieri mattina si sono confrontati una ventina di «disubbidienti» no-global e altrettanti celerini: i primi manifestavano contro il Mose, l'ormai mitico e controverso sistema di dighe che dovrebbe mettere al riparo Venezia dall'acqua alta; i secondi, superato qualche momento di tensione, hanno subito riposto caschi, scudi e manganelli. Ma nessuno s'è fatto male, per fortuna, e di lì a poco è stata la prima ondata di giornalisti approdati al Lido a riprendersi la scena, ovvero la scalinata.
Poco più in là, difesi da transenne e recinzioni, i famosi 61 Leoni dorati pensati l'anno scorso dallo scenografo Dante Ferretti per adornare la facciata del Palazzo si sono un po' diradati: nel senso che alcuni di essi sono stati déplacés, per dirla con Croff, ovvero spostati altrove, al fine di rendere meno opprimente l'effetto assiro-babilonese. Anche le pedane sulle quali poggiano sono state abbassate e «scalate», in modo di reinventare l'allestimento ammortizzando la notevole spesa (oltre 800mila euro).
Sulla pedana antistante, domani sera, sfileranno il regista cinese Tsui Hark, autore del film d'apertura Seven Swords, i suoi attori e la folla di vip e invitati, tra i quali - ci informano dall'ufficio ospitalità - quattro ministri (Buttiglione, La Malfa, Lunardi e Scajola), buona parte dei vertici Rai (il presidente Petruccioli, il direttore generale Meocci) e Mediaset (Confalonieri), più Francesco Rutelli con signora e Ciriaco De Mita. Apertura sdoppiata, questa la novità, per soddisfare le pressanti richieste: sicché in differita rispetto alla proiezione in Sala Grande, dopo la cerimonia d'apertura pilotata per RaiSat da Inés Sastre, il filmone cinese di cappa e spada sarà proiettato anche nella nuova tensostruttura detta Area Alice (paga Telecom), dove si faranno vivi regista e attori. Poi, verso le 22, all'incirca 1200 invitati speciali potranno pasteggiare e festeggiare in riva al mare, davanti all'Excelsior, sotto una volta trasparente, tra piante di bambù e moquette rosse, illuminati dai fuochi d'artificio voluti da Medusa e Biennale per «cinesizzare» la serata.
Intanto ieri sera all'Arena San Paolo, dopo il cocktail a Palazzo Querini Dubois, è partito l'omaggio a Casanova, eroe cittadino per antonomasia e insieme «grande maschera cosmopolita» secondo la definizione di Cacciari: prima proiezione con il glorioso Le avventure di Giacomo Casanova di Steno, anno 1955, protagonista Gabriele Ferzetti e Marina Vlady. Reintegrato dei tagli all'epoca imposti dalla censura, il film fa da battistrada a uno degli eventi della Mostra, quel Casanova dello svedese Lasse Hallström, con il divo emergente Heath Ledger, che la Buena Vista (insomma la Disney) non voleva mostrare all'aperto, in città, per paura dei pirati audiovisivi. Nei giorni scorsi, sul tema, il sindaco se l'era presa, minacciando di non concedere, per ritorsione, il Palazzo Ducale. Tutto risolto, o quasi: il filmone hollywoodiano lo si vedrà anche a Venezia, oltre che alla Mostra. Non a San Polo, bensì al cinema Giorgione, il giorno 4 settembre, dove sarà replicato ben cinque volte.
E, a proposito di exploit amorosi, qui alla Mostra ci si interroga sulla notizia del giorno: la love-story, finalmente ammessa, tra l'attrice e produttrice Ida Di Benedetto e l'ex ministro Giuliano Urbani. Tutti si aspettano di vederli insieme, stasera all'inaugurazione. Farebbero la felicità dei fotografi (e di Sgarbi).