Ciak, Tognazzi e Armando finiscono in «Prima Pagina»

Il vecchio adagio riferito alla professione giornalistica lo si conosce: «Sempre meglio che lavorare». Poi, che un'occupazione del genere porti assuefazione, stress e una buona dose di cinismo, questa è un'altra storia. Insomma, non si stacca mai. Non lo fanno di sicuro i protagonisti di Prima pagina, corrosiva commedia teatrale nata alla fine degli anni Venti dalla penna di Ben Hecht e Charles McArthur, divenuta film nel 1931 e nel 1940, infine trasformata in un successo di culto cinematografico nel 1974, grazie al brio e alla suprema ironia del regista Billy Wilder. Alla corte di Wilder c'erano nientemeno che Jack Lemmon e Walter Matthau, vale a dire la Coppia.
Per la messa in scena al Teatro Ciak fino al 4 marzo gli eredi di un ruolo impegnativo e rischioso sono Gianmarco Tognazzi e Bruno Armando. È loro la rincorsa allo scoop, da schiaffare in prima pagina in una corsa contro il tempo: reporter giovane e pieno di entusiasmo alla vigilia delle proprie nozze il primo, collerico e implacabile direttore di giornale il secondo, in una cornice pionieristica della professione giornalistica com'era il fatidico anno 1929 in quel di Chicago, Illinois. Città di gangster e proibizionismo, di mafia politica e di crolli della Borsa, città di condanne alla pena capitale (infatti è proprio la fuga dalla prigione di un condannato il clou della storia) e di scandali al vento.
Quella diretta da Francesco Tavazzi è una commedia che segna un «ritorno al primo amore», cioè al testo di Hecht & McArthur, sapientemente condito però dalle fiammate di colore della versione cinematografica wilderiana: dialoghi brillanti, battute fulminanti e un ritmo che, nella corsa degli eventi, non manca di farci riflettere sui vizi della nostra società.
«Un testo di grande attualità - spiega Gianmarco Tognazzi - anche se scritto nel 1928. Si parla dei folli ingranaggi del sistema dell'informazione. Si parla della professione del giornalista, che è un peso ma anche una sfida, una passione irrinunciabile. Sono commedie come queste che mi fanno sentire a mio agio in teatro, un luogo che non lascerò mai. Da 15 anni, per tutte le stagioni, lavoro sul palcoscenico. Il cinema? Di questi tempi per me è più saltuario, e non completamente per mia volontà. Il cinema italiano non se la passa molto bene, si fanno meno film, è più difficile ottenere ruoli da protagonista».
Il volto di Gianmarco Tognazzi, spigoloso e abile a trasformarsi da fonte di ironia (come nelle commedie interpretate accanto all'amico di sempre Alessandro Gassman) a impenetrabile specchio del cinismo (il ruolo dell'oscuro funzionario in Romanzo criminale, tra le fiammate più intense della crime-story diretta da Michele Placido), non appare infatti spesso su grande schermo: «Se potessi, io farei volentieri anche tre film all'anno - confessa Tognazzi -. Ma oggi sembra che per poter ottenere un ruolo da protagonista ci si debba inventare registi di se stessi. Ed è difficile creare un rapporto di fedeltà col pubblico. Il teatro, invece, ti dà modo di conoscere a fondo la gente che ti segue e ti stima».