Ciampi: «Bis al Colle? Forse farò il bisnonno»

Massimiliano Scafi

da Roma

Ciampi-bis? No, farò il nonno, forse al massimo il bis-nonno. Questo è il futuro politico-istituzionale che ufficialmente Carlo Azeglio Ciampi si ritaglia per quando scadrà il suo mandato al Quirinale. Niente raddoppi, nessuna prorogatio, ma neanche una vera completa smentita. Soltanto la voglia forte di restare in carica fino alla fine, nella pienezza dei suoi poteri. Compreso quello di firmare o di rispedire alla Camere le leggi. Compreso quello di concedere la grazia. Compreso anche quello di mandare a casa il Parlamento: dal 1988, quando gli ultimi sei mesi dell’incarico coincidono con il termine della legislatura, la facoltà di scioglimento del capo dello Stato rimane intatta.
Infatti. «Comincia il semestre bianco? Per me non cambia nulla - dice a Lodi il presidente -. Faccio fede all’impegno che ho preso fin dal giorno del mio giuramento, impegnarmi al massimo dal primo all’ultimo giorno del mio mandato. Ed è quello che intendo fare». Innervosito dal toto Quirinale, infastidito da Fini e Casini che recentemente lo hanno chiamato in causa in chiave forse antiberlusconiana, proponendolo per una rielezione bipartisan, Ciampi vuole stroncare i tentativi di mettergli un cappello sopra e di schierarlo da una parte o dall’altra in questo duro finale di partita. Ci sono ancora molte cose da fare, dicono sul Colle, ci sono leggi da esaminare e procedure elettorali da incanalare. Serve un arbitro, un garante sopra le parti, non un giocatore.
Già un paio di settimane fa, da Istanbul, il capo dello Stato si era tirato fuori dalla mischia: «L’unica mia aspirazione è quella di terminare con dignità il mio mandato». Ora torna sull’argomento. E la battuta sull’eventuale pronipote, a ben guardare, è anche un modo per esorcizzare l’ostacolo dell’età: proprio domani Ciampi festeggerà i suoi 85 anni. Profilo basso quindi, ambizioni zero perché, se pure ci fossero, non sarebbe proprio il caso di rivelarle adesso, all’ultimo chilometro. Così in serata nel palco reale della Scala, quando dalla platea gridano «Ciampi di nuovo presidente», lui non può far altro che sorridere e schermirsi con un braccio.
La questione quindi non si pone, è quantomeno prematura, anche perché ci sono i problemi del Bel paese che incombono. L’economia innanzitutto. Il capo dello Stato appare in forma e di buon umore, rallegrato dal fatto che alcuni ricercatori lodigiani siano rientrati dall’estero per proseguire qui i loro studi. Così, parlando al parco universitario di Lodi, invita a non esagerare con il pessimismo. «Non temete un declino che non ci sarà. È cresciuta in me la fiducia nel futuro, sono convinto che il sistema economico italiano abbia superato il momento più critico». Non usciremo dalla classifica dei Paesi industriali più avanzati. «Potete stare tranquilli - dice agli studenti -, non abbiate timori per il vostro avvenire. La vostra generazione ha avuto la fortuna di crescere in un’Italia e in un’Europa di pace. Guardate alto e lontano, impegnatevi e non dimenticate i popoli meno fortunati».
E sappiate aprirvi all’integrazione. «Anche noi fummo per molto tempo un popolo di emigranti». Da allora però sembrano passati secoli. «Sono pochi i Paesi in queste condizioni. Dal dopoguerra ad oggi l’Italia ha fatto dei progressi tali che pochi Stati al mondo possono dire di aver fatto». Abbiamo, nonostante le ultime difficoltà, un sistema imprenditoriale e finanziario ancora forte. Ma attenzione alle sbandate, avverte Ciampi, alludendo ai casi Cirio, Parmalat e Antonveneta: «Non dimentichiamo mai che, oltre al rispetto della legge, gli affari non possono essere al di là dell’etica. Il mondo dell’industria ha delle regole deontologiche da rispettare, gli imprenditori dell’economia reale e finanziaria hanno delle responsabilità verso la società». Un richiamo forte, preciso, pronunciato non a caso nella città sede della Banca popolare italiana guidata a suo tempo da Giampiero Fiorani.