Ciampi critica i giudici militanti: «Basta correnti e siate più umili»

Massimiliano Scafi

da Roma

L’autonomia, certo, perché «la divisione dei poteri è sacra». L’indipendenza, come no, pure quella, perché i giudici «in una democrazia devono essere liberi». Basta però con i comizi, «il magistrato deve parlare con gli atti». E basta con le correnti. «Capisco, condivido, auspico l’esercizio della dialettica - dice Carlo Azeglio Ciampi presiedendo il plenum del Csm - . Comprendo le affinità elettive ma non le discipline di gruppo che tendano a influenzare le valutazioni dei singoli». Insomma, meno chiacchiere e più «riservatezza», meno politica e più «serenità», meno «orgoglio» e più «umiltà nell’esercizio dell’ufficio». E soprattutto, più velocità nel fare i processi: «La lentezza è il problema dei problemi perchè una giustizia ritardata è una giustizia denegata. Il mio più grande rammarico è quello di non aver visto avviata a soluzione una questione che incide sulla credibilità stessa dello Stato».
Per qualche ore la partita politica può attendere. Tanto, spiegano sul Colle, la palla adesso è a Prodi. Sta a lui infatti dimostrare con i numeri di poter contare su una maggioranza, tocca al Professore e alla sua coalizione riuscire a fare eleggere Marini a Palazzo Madama. Solo così potrà sperare di ottenere l’incarico, sfruttando la finestra temporale prima del 13 maggio, quando cioè i grandi elettori dovranno mettersi al lavoro per nominare il presidente della Repubblica. Non sarà comunque una designazione-flash. In ogni caso le consultazioni potranno partire soltanto dopo la formazione ufficiale dei gruppi parlamentari, una procedura che richiede un paio di giorni. L’Ulivo potrebbe salire tutto insieme, i partiti della Cdl invece forse chiederanno di essere ricevuti singolarmente, e questo allungherebbe il brodo di diverse ore. Ma se invece dovesse spuntarla Giulio Andreotti, tornerebbe tutto in alto mare. Il capo dello Stato fa sapere di non voler forzare la situazione in nessuna delle due direzioni. «La nostra è una Repubblica parlamentare e il presidente fa il notaio», dicono al Quirinale.
Il passaggio governativo s’intreccia naturalmente con l’ipotesi di una riconferma di Ciampi. Lui intanto a Palazzo de’ Marescialli si presenta per «un commiato». «Sta per concludersi il mio mandato presidenziale», precisa, anche se il suo lascito al Consiglio superiore ha tutto il sapore di un’offerta di garanzia bipartisan, eventualmente riutilizzabile. Così, davanti al plenum che nomina Mario Delli Priscopi nuovo procuratore generale della Cassazione, ricorda le linee guida della sua presidenza del Csm. Ciampi, che ha «sempre difeso l’autonomia, l’indipendenza e la dignità» della magistratura, afferma che «le sentenze di ogni ordine e grado possono essere criticate anche con toni forti», ma, aggiunge, «l’esercizio della critica non deve mai tradursi in prese di posizioni che possono suonare come delegittimazione».
Però a loro volta i giudici, che sono chiamati a «raggiungere una maggiore efficienza», devono evitare di «alimentare tensioni, evitando reazioni emotive anche davanti ad attacchi ritenuti ingiusti». L’Italia, insiste Ciampi, «deve poter contare sulla serenità, sulla riservatezza e sul superiore equilibrio del magistrato». Quanto al Csm, «non può esimersi da un’opera di attenta vigilanza sul momento deontologico» delle toghe, che devono «adeguare il comportamento in ogni situazione, anche al di fuori dell’esercizio delle funzioni», perché «forma e sostanza devono coincidere» se si vuole «la stima e il rispetto dei cittadini». Infine, il «problema di problemi», la durata dei processi che crea «una giustizia negata» e provoca la sfiducia della gente.