Ciampi firma, sì alla riforma della giustizia

Via libera a separazione delle funzioni, nuovi concorsi e test attitudinali

Anna Maria Greco

da Roma

Alla fine, Carlo Azeglio Ciampi ha firmato la riforma dell’ordinamento giudiziario, approvata dal Parlamento la settimana scorsa. E così, commenta il ministro della Giustizia Roberto Castelli, ha messo fine «a una partita sofferta e controversa». Oltre 2 anni di scontro tra maggioranza e opposizione, il rinvio alle Camere del Quirinale a dicembre e le successive modifiche, 4 scioperi dell’Anm, le proteste per motivi opposti degli avvocati e un braccio di ferro continuo con il Csm per i suoi pareri contrari, hanno caratterizzato la gestazione delle nuove norme. Adesso, a via Arenula si lavorerà malgrado le ferie estive per preparare i decreti delegati, perchè il Guardasigilli è deciso a concludere l’iter della «sua» riforma che introduce la separazione delle funzioni tra giudici e pm, i colloqui psicoattitudinali, il sistema dei concorsi, la verticalizzazione delle procure, la scuola della magistratura, la tipizzazione degli illeciti disciplinari. E Castelli ha lanciato un appello: «Rivolgo il mio auspicio e la mia esortazione al Csm e a tutta la magistratura affinchè collaborino all'attuazione della riforma senza cedere a tentazioni di ostruzionismo per cercare di dimostrare che la legge non funziona. Essa infatti avrà successo nella misura in cui tutti collaboreranno per la sua riuscita».
Al Guardasigilli ha risposto il vicepresidente del Csm Virginio Rognoni, precisando che «vi è leale collaborazione non solo quando si esprimono pareri adesivi e conformi ma anche, se non soprattutto, quando si espongono critiche e si sollevano problemi». E ora che la riforma è legge e come tale va rispettata, ha aggiunto Rognoni, anche sui decreti delegati «non mancherà quella collaborazione che il ministro auspica e che, in verità, non è mai mancata».
Castelli è soddisfatto di aver raggiunto il suo obiettivo, malgrado la guerra delle toghe, l’opposizione del centrosinistra, le stesse divisioni della maggioranza. Si è rivelato senza fondamento l’ultimo dubbio, alimentato da costituzionalisti dell’Unione come Leopoldo Elia: quello di un nuovo rinvio alle Camere del presidente della Repubblica. Dopo l'introduzione in Senato dell’emendamento di Luigi Bobbio (An) sui limiti d’età per gli incarichi direttivi battezzato «anti-Caselli», qualcuno aveva sostenuto che si trattava di una «nuova» riforma e quindi suscettibile di un ulteriore no del Colle. Ma gli uffici giuridici del Quirinale hanno concluso che, al di là dei sofismi, la legge era sempre la stessa. E che l’unica cosa da fare era promulgarla, visto che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato il potere di rinvio solo per una volta.
Ciampi è stato applaudito dalla Cdl per non essersi fatto «tirare per la giacca e aver tirato dritto», come ha detto il ministro leghista delle Riforme Roberto Calderoli. Mentre nel centrosinistra nessuno ha osato criticarlo e si è parlato di «atto dovuto» da rispettare. Per i leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio e dell’IdV Antonio Di Pietro, però, la firma del presidente non vuol dire che le norme siano costituzionali e il segretario del Prc Fausto Bertinotti si è rammaricato: «Bisognerà ricominciare da capo, partendo da una riflessione sull'amnistia».
Ma Castelli dovrà guardarsi anche da nuove difficoltà interne alla Cdl. Il suo ex-sottosegretario Michele Vietti, plenipotenziario dell’Udc per la giustizia ora passato all’Economia, ha avvertito che per i decreti delegati ci vorrà un «clima condiviso» dentro alla maggioranza e ha chiesto una preventiva discussione tra i 4 «saggi» della Cdl. «Restano diversi nodi delicati da sciogliere - ha spiegato -, in particolare la modalità della progressione in carriera. La predisposizione degli schemi spetta al ministero della Giustizia, ma sarà una buona regola di prudenza verificarne il contenuto con le forze politiche della maggioranza, dal momento che i decreti delegati dovranno passare al vaglio delle commissioni parlamentari». Frasi che potrebbero far insorgere qualche inquietudine nel ministro leghista.