Ciampi mette il freno al Tir del Professore

Il Colle favorevole al dialogo tra i poli. «Serve un esecutivo all’altezza delle sfide del Paese»

Massimiliano Scafi

da Roma

Armato del suo migliore sorriso, Romano Prodi arriva sul Colle a mezzogiorno. Ma ad aspettarlo non trova né i corazzieri in alta uniforme né le chiavi di Palazzo Chigi. Trova invece Carlo Azeglio Ciampi, che gli ricorda che, «a norma della Costituzione, ci sono scadenze e scansioni temporali imprescindibili». Dunque, tempi lunghi. Prodi chiede di accorciarli, Ciampi concede solo una piccola limatina, sette-dieci giorni, purchè «le procedure vengano rispettate». Il Prof insiste: potrebbero essere i nuovi presidenti delle Camere a valutare se si potrà votare subito la fiducia o se si dovrà aspettare l’elezione del prossimo capo dello Stato. Un’ipotesi che però non convince Ciampi. «No, non si può fare». A Prodi non resta che prendere atto: «I tempi li ha stabiliti il presidente. Certamente faremo il governo entro maggio».
Per l’incarico, il Professore dovrà qundi ripassare a metà maggio, dove lo accoglierà un altro presidente della Repubblica. O chissà, forse no. Intanto, l’attuale capo dello Stato tiene il leader dell’Unione a colloquio per un’ora e un quarto, gli ricorda tutta la difficoltà del compito che lo aspetta e lo invita a mettere in piedi un esecutivo all’altezza «con le sfide che attendono il Paese». Ciampi, preoccupato per la situazione economica e per «la lacerazione della nazione», accoglie con piacere la mezza apertura di Prodi, che vuole incontrare il Cavaliere perchè «serve collaborazione». Richiesta che Ciampi gira subito a Berlusconi, quando è il suo turno, alle sette di sera, di salire in udienza. E il Cavaliere: «Collaborazione? Noi abbiamo proposto un governo di unità nazionale...». L’aria insomma è ancora pesante, infatti durante l’incontro il premier ripropone la questione dei brogli e chiede al Colle di frenare l’investitura di Prodi. Ciampi però considera «regolare e ordinato» il voto: se non ci sarà la prova del contrario, darà l’incarico al Professore.
Porte aperte al Quirinale, con Ciampi impegnato in una difficile mediazione istituzionale. Con Prodi l’argomento della discussione sono i tempi. Le consuetudini costituzionali, e anche il risultato elettorale, impongono un rispetto totale della procedura. E per troncare qualunque pressione, il Quirinale mette tutto nero su bianco con una nota molto precisa. L’incarico, si legge nella nota, «viene conferito dal capo dello Stato soltanto dopo aver svolto le consultazioni con le rappresentanze parlamentari delle nuove Camere». Ci sono «scadenze temporali ineludibili, innanzitutto la prima riunione delle nuove Camere», già fissata per il 28 aprile. E poi entro 15 giorni, «a norma dell’articolo 85 della Costituzione, il presidente della Camera dovrà convocare il Parlamento in seduta comune per eleggere il nuovo presidente della Repubblica», non oltre cioè il 13 maggio. Si arriva così a metà del mese prossimo. E non è una novità, «l’obbligata lunghezza dei tempi era ben chiara dall’autunno quando il presidente Ciampi fece ripetutamente presente la necessità che le elezioni si tenessero entro Pasqua». C’è dunque una finestra di una settimana abbondante tra il 5 maggio, data della prima seduta della Camera, e il 13, giorno fissato per la scelta del nuovo capo dello Stato, in cui in teoria Ciampi potrebbe avviare le consultazioni. In teoria, perchè il presidente non vuole «forzature».
Così, l’unico sistema per accelerare sarebbe una riconferma di Ciampi: se venisse rieletto al primo scrutinio, il centrosinistra potrebbe guadagnare una decina di giorni. Prodi sonda il terreno, Ciampi si chiama fuori: «Ho 85 anni, voglio andarmene». Prodi insiste: «Ma no, sembri un ragazzino». Ciampi allarga le braccia. Da mesi dice di non volere un secondo mandato, ma potrebbe cedere di fronte a un’investitura ampia e trasversale. L’Unione sembra sempre più convinta, anche Rifondazione fa cadere il suo veto. E pure il centrodestra potrebbe preferire un Carlo Azeglio secondo a un presidente meno neutrale. «È la scelta naturale - commenta in serata il Professore - ma bisogna che lui accetti. Che sia popolare dentro e fuori i luoghi del potere è indubbio, però non dobbiamo tirarlo per la giacca».