Ciampi: «Al Paese serve fiducia non piccole dispute elettorali»

Il presidente detta i tempi e invita a guardare all’economia

nostro inviato a Chieti
Prima, l’economia. Poi, l’economia. Infine, ancora l’economia. Vista dal Colle, da qui alla primavera l’agenda Italia è già fitta così. Dunque non perdiamo tempo, dice il capo dello Stato all’ultima giornata della sua visita in Abruzzo, non divaghiamo, «non sprechiamo i mesi che ci restano appresso a temi di secondo piano, ma concentriamoci sui problemi più urgenti». Tra i quali non c’è una nuova legge elettorale: al di là dei suoi giudizi sul ritorno al sistema proporzionale, Carlo Azeglio Ciampi considera la riforma come una miccia sui rapporti parlamentari. Un petardo, quando invece servirebbe unità e «coesione sociale» per uscire dal collo d’oca in cui ci troviamo.
«Dal Quirinale solo dubbi sui tempi tecnici», sosteneva l’altra sera Silvio Berlusconi a New York. E in un certo modo ha ragione: il Colle solleva obiezioni sui tempi, ma non nel senso che pensava il Cavaliere. Per Ciampi i mesi necessari per cambiare il sistema di voto ci sarebbero pure. Quello che manca è la priorità. I partiti devono impegnarsi e rimboccarsi le maniche per «infondere fiducia al Paese» e per dare risposte concrete alla gente, non certo per perdersi dietro baruffe elettorali. «È tutto legato - spiega -. Le forze politiche devono affrontare questo ultimo anno di legislatura come se fosse il primo». Smettetela di guardare solo alle prossime elezioni, continuate piuttosto a lavorare in Parlamento dove da fare ce n’è parecchio.
A cominciare dall’economia: proprio l’altro ieri Domenico Siniscalco ha presentato una prima bozza della Finanziaria, osservata con particolare attenzione dalla Ue. Oggi, «abbiamo problemi difficili e gravi», soffriamo. «Quello che più di ogni altra cosa manca alla nostra Italia per rimettersi più rapidamente in cammino - avverte Ciampi -, è la fiducia. Occorre più fiducia nei consumatori. Più fiducia nei risparmiatori, che esitano ad investire i loro soldi. Più fiducia degli imprenditori nelle loro stesse capacità e nel futuro delle loro imprese, dell’Italia e dell’Europa». E infondere fiducia «significa impiegare i mesi che mancano alla fine della legislatura per dare risposta ai problemi più urgenti della società».
Intendiamoci: nel ’99 stavamo peggio. Prima di entrare nell’euro stavamo «per dichiarare fallimento»: ce l’abbiamo fatta per un soffio. Oggi non siamo sul ciglio di un burrone ma «per valutare i problemi odierni, per superarli vale la pena ricordare i successi di allora: non per vantarsene ma per trarne i giusti ammaestramenti, visto che il passato, anche vicino, si dimentica facilmente». E «la cosa più importante da ricordare è che ciò che riuscimmo a fare, lo facemmo grazie agli sforzi di tutti, governo, imprenditori, sindacati». Si tratta di quel metodo della concertazione a Ciampi tanto caro: «Riuscimmo a creare nel Paese un clima di fiducia».
Anni duri. «Li ho vissuti con un sogno e con incubo. Il sogno di entrare in Europa, non solo per motivi economici ma perché la sola difesa dalle guerre fratricide che avevano diviso il continente. E l’incubo, molto serio per un banchiere centrale e per un uomo di governo, del dissesto finanziario. Eravamo vicini al dichiarare fallimento, le conseguenze sarebbero state drammatiche». Invece abbiamo migliorato i conti e siamo riusciti a entrare nel club della moneta unica. «La politica di sviluppo che avviammo si fondava sul successo del risanamento della finanza pubblica, che rese possibile all’Italia l’adesione all’euro. Questo successo ci permise, e ci permette ancora oggi, di pagare tassi di interesse europei, ben più bassi di prima, sia sull’immenso debito dello Stato, con relativo alleggerimento del bilancio pubblico, sia sui debiti delle imprese, sia su quelli dei privati, con evidenti benefici. Chiedete a chi ha stipulato mutui in questo periodo».
Chiavi della svolta, dice ancora Ciampi, gli accordi del ’93 e del ’98 tra governo e parti sociali. «Tutti lavorarono insieme per lo stesso fine». E se oggi l’obbiettivo è lo stesso, «elevare il grado di comptetitività della nostra economia per creare un aumento di produzione e di occupazione», dobbiamo rimboccarci le maniche come allora e darci da fare «sui problemi urgenti». Senza distrazioni.