Ciampi può congedarsi graziando Sofri

Il pronunciamento: il capo dello Stato ha potere esclusivo nel concedere il perdono

Anna Maria Greco

da Roma

Il braccio di ferro l’ha vinto il Quirinale. La decisione finale sulla grazia ad Ovidio Bompressi spetta al presidente della Repubblica e il ministro della Giustizia non può opporsi. La Corte Costituzionale accoglie il ricorso di Carlo Azeglio Ciampi ed annulla la lettera datata 24 novembre 2004 del Guardasigilli Roberto Castelli, che aveva interrotto il procedimento di clemenza, sostenendo la necessità del suo consenso alla decisione presidenziale.
Per l’Alta Corte, la controfirma del ministro è un «atto dovuto», quasi notarile, come controllo della regolarità formale. E Castelli non poteva opporre alcun veto, rifiutandosi di trasmettere dal suo ufficio al Colle il fascicolo sulla grazia ad uno degli assassini del commissario Luigi Calabresi. Per Bompressi, la libertà è certo più vicina. E forse anche per l’altro condannato, Adriano Sofri. Ne è convinto il suo avvocato, Alessandro Gamberini. «Certamente, visto che Ciampi aveva chiesto al Guardasigilli di avviare un'istruttoria anche su Sofri. Questa decisione, in sostanza, rimette nelle mani del presidente della Repubblica la grazia di Bompressi, ma anche quella di Sofri». Luigi Ligotti, legale della famiglia Calabresi, ritiene «coerente e corretto» il verdetto della Corte e assicura che, «anche se interessasse altre posizioni, il nostro atteggiamento sarebbe lo stesso: la decisione del capo dello Stato si rispetta sempre». Ermete Realacci, della Margherita, dice che per Bompressi e Sofri «si apre ora la concreta possibilità della grazia». E il Ds Stefano Passigli sollecita Ciampi a «chiudere il settennato con un gesto altamente simbolico di quella pacificazione e unificazione nazionali sempre perseguite», concedendo cioè il perdono presidenziale ad ambedue i condannati.
La sentenza della Consulta sul conflitto d’attribuzione fra i poteri dello Stato arriva, infatti, proprio mentre i due contendenti, Ciampi e Castelli, si preparano a lasciare i loro rispettivi incarichi al Quirinale e al governo. Ma il capo dello Stato potrebbe mettere davvero la sua firma sulla grazia almeno a Bompressi, a pochi giorni dalla fine del suo mandato (il 18 maggio)? Bisognerà comunque aspettare che le motivazioni siano scritte e depositate dal relatore Alfonso Quaranta, ma certo la Corte ha deciso in un solo giorno, dopo l’udienza pubblica di martedì. Con un’accelerazione finale, a meno di un anno dal ricorso di Ciampi presentato il 10 giugno 2005. «Tutto ha il sapore di una beffa, un sapore ignobile», commenta il leader radicale Marco Pannella, che si è battuto con i suoi digiuni per la grazia, come Silvio di Francia e Franco Corleone. «A Ciampi restano 17 giorni - dice - per esercitare questo potere. Non so se lo farà, ma questa è una vicenda che somiglia troppo a una ingiustizia feroce e a delle istituzioni che combattono i poteri costituzionali se e quando si manifestano in difesa della legalità».
L’ex capo dello Stato Francesco Cossiga legge nella sentenza «una netta sterzata in senso semipresidenzialista» e propone, a questo punto, di abolire l'obbligo della controfirma. Dal centrosinistra applaudono il leader del Pdci Oliviero Diliberto e i Verdi Marco Boato e Paolo Cento, mentre il leghista Roberto Maroni commenta: «Qualcuno si aspettava un verdetto diverso?». Eppure, il presidente emerito della Consulta ed ex-Guardasigilli Giuliano Vassalli è sorpreso, ma «molto contento», perché ha sempre sostenuto questa tesi. Al contrario del costituzionalista Paolo Armaroli: «Un regalo a Ciampi? Se così fosse, sarebbe un regalo avvelenato». Per il costituzionalista Alessandro Pizzorusso, è «una decisione giusta ed equilibrata». Mentre l’ex-presidente della Consulta Valerio Onida teme che nella sentenza ci sia qualcosa di ambiguo e il nodo possa rimanere irrisolto. La tesi accolta dalla Consulta è quella sostenuta nell’udienza di martedì dall'avvocato generale dello Stato, Francesco Ignazio Caramazza, in difesa di Ciampi: la grazia è potere esclusivo del capo dello Stato e, in mancanza di un accordo con il ministro della Giustizia, deve prevalere la sua volontà. Dunque, non è lecito il no del Guardasigilli, come hanno sostenuto altri costituzionalisti secondo cui la grazia sarebbe un potere «duale».