Ciampi vuole la verità sulle intercettazioni

Rognoni auspica norme chiare e una gestione trasparente

Massimiliano Scafi

da Roma

Servono regole, «limiti», criteri di «ammissibilità». Serve soprattutto, spiega il capo dello Stato, che il Csm prenda in mano la situazione e faccia presto chiarezza, perchè la polemica sulle intercettazioni telefoniche ai parlamentari, disposte dai giudici che indagano sul caso Bankitalia-Antonveneta, sta scivolando verso un pericoloso scontro istituzionale. Dalla Maddalena, l’invito di Carlo Azeglio Ciampi è di quelli che non possono essere trascurati: Palazzo de Marescialli, dice a Virginio Rognoni, si muova, affronti il problema «nelle dovute forme» e stabilisca una volta per tutte dei parametri definitivi. E a Roma, Rognoni accoglie subito la direttiva presidenziale: «Il Consiglio superiore della magistratura - annuncia - interverrà sui criteri di ammissibilità e sui limiti alla divulgazione del contenuto delle intercettazioni». «Meglio tardi che mai - commenta il ministro Roberto Castelli -. Su questi temi il Consiglio avrebbe dovuto muoversi già da tempo».
Invece, dopo la lettera di Marcello Pera, è dovuto scendere in campo anche il Quirinale. Rognoni infatti precisa di agire su esplicito input di Ciampi: «A fronte delle recenti polemiche suscitate dalla pubblicazione delle conversazioni telefoniche e delle prese di posizione a riguardo - si legge nel comunicato diffuso dal vicepresidente del Csm - non mancherò, tenuto anche conto dell’invito espressamente rivoltomi dal capo dello Stato, di investire il Consiglio superiore». L’argomento, sempre scottante, si è arroventato dopo lo scambio tra il presidente del Senato e i magistrati milanesi. «In questa delicata materia - insiste Rognoni - è naturale che occorra rinnovare sempre ogni sforzo per cercare i giusti punti e il più corretto bilanciamento tra le esigenze delle indagini, il diritto di difesa delle persone coinvolte, il diritto alla riservatezza dei terzi e le indiscusse prerogative parlamentari».
Servono perciò regole che valgano sempre. «Non mi pare giusto - dice ancora il vicepresidente del Csm - che ogni volta che sulla stampa vanno dichiarazioni e stralci di conversazioni intercettate si rovesci subito sulla magistratura l’indice accusatore. Il quadro normativo deve essere chiaro e chiara e trasparente la sua gestione». Rognoni chiude difendendo il procuratore di Milano: «È quindi giusta la richiesta di ogni chiarezza ma è giusto anche stare ai fatti senza pregiudizi di sorta. E sotto questo profilo ritengo che senza pregiudizi debba essere letta la sua tempestiva e netta risposta alla domanda di chiarimenti e la smentita che il suo ufficio si sia comportato fuori delle regole».
Dal mondo delle toghe reazioni varie. «Una iniziativa opportuna a tutela della indipendenza della magistatura», così il presidente dell'Anm, Ciro Riviezzo, valuta la mossa di Ciampi e Rognoni. «Per quanto ne so, e non so più di quello che leggo sui giornali - aggiunge - mi pare che il lavoro della procura di Milano si sia svolto nel più assoluto rispetto degli indagati e delle persone coinvolte». Di tutt’altro avviso il suo vice Carlo Fucci. «Temo che siamo di fronte all'ennesimo tentativo di confondere l'opinione pubblica per l'intolleranza del mondo politico rispetto allo strumento delle intercettazioni, uno strumento investigativo utilissimo in un processo dove la prova testimoniale ha sempre meno importanza. Uno strumento da usare nel rispetto delle leggi e con la massima cautela a garanzia degli indagati e che, in caso di irregolarità non è utilizzabile. Va inoltre precisato - prosegue Fucci - che per i comunì cittadini, cioè non per i parlamentari, la legge ovviamente non prevede che gli intercettati debbano essere avvisati, come ha invece sostenuto qualche parlamentare».
L’intervento di Rognoni non piace però nemmeno a Gaetano Pecorella, Forza Italia, presidente della commissione Giustizia della Camera: «Mi pare che sia a tutela dei magistrati, ma non dei cittadini, dei politici, degli avvocati che si vedono violati nel loro diritto alla segretezza. Bisognerebbe limitare l'uso delle intercettazioni a reati che sono più difficili da scoprire, invece ci si fa ricorso eccessivamente. E inoltre è ora che i magistrati la facciano finita di dire che non sanno da chi vengono fuori le informazioni sugli avvisi di garanzia o i testi dei verbali. Se non sono loro, dovrebbero capire chi le diffonde».