Ciao Barone. Liedholm se n'è andato

Giocò nel Milan del leggendario GreNoLi dal '49 al '61. Divenne poi allenatore dei rossoneri e della Roma, vincendo due scudetti

Ramon Turone stava giocando a calcio tennis e faceva il furbo, una battutina sussurrata verso quel signore in tuta che controllava l’allenamento. Il signore gli andò vicino, lo prese per il colletto della maglietta e gli disse sul muso: «Non ti provare più, capito?». Ramon avvampò nelle gote, sorpreso perché il Barone lo aveva trasformato in un pupazzo in mezzo ai compagni di squadra, in silenzio tutti. Nils Liedholm si porta appresso una fetta di storia grande come lui. Il silenzio di questi ultimi mesi lo aveva accompagnato nella sua esistenza illustre. In silenzio ha scelto di andarsene, quasi chiedendo scusa in questo frastuono di voci e di nulla che è il mondo del pallone. A Roma avevano deciso di battezzarlo Barone, in Patria era già stato definito il Conte, non c’erano nobili nella sua famiglia: «Tranquillo, papà, vado in Italia uno, due anni al massimo e poi torno». Nella casa di via della stazione a Valdemarsvik, sulla costa orientale della Svezia, Nils tornava con il cuore pieno di nostalgie per le betulle e gli abeti, le barche nel porto, la fabbrica di mobili che aveva preso il posto della conceria, il profumo di aringhe marinate. Avrebbe voluto fare il contadino. Scelse il football e a Norkoepping incominciò la sua avventura che l’avrebbe portato in Italia, un anno, due al massimo. Anzi Sessanta.
Villa Boemia, sulle colline di Cuccaro, nel Monferrato, era un presepe che in qualche modo riproponeva le tele svedesi, mancavano soltanto le barche del porto, c’erano le vigne con i profumi di tini e di vendemmia. Il Barone qui si era ritirato, il football, questo football, passava troppo veloce come il treno davanti alla casa in via della stazione. La sua storia è la storia del calcio italiano e mondiale dell’altro secolo. L’oro vinto ai Giochi di Londra nel 1948, il secondo posto nella coppa Rimet nel ’58 contro il Brasile sarebbero stati i riconoscimenti internazionali per una carriera vissuta soprattutto nel campionato di calcio, divisione nazionale serie A. La sua storia erano soprattutto le sue storie che diventano leggende, favole, narrazioni inverosimili. Non subì mai un’ammonizione, il pubblico restava incantato per l’elegante semplicità dei movimenti di quel biondo con le lentiggini sul viso. Elegante e semplice anche nel dire, dopo sessant’anni gli riusciva impossibile pronunciare la zeta, dunque per lui il football sarebbe stato sempre «esesionale». Raccontava ai cronisti gesta e gesti improbabili ma noi sbarbati abboccavamo con tutte le scarpe. Disse che il pubblico di San Siro applaudì il suo primo passaggio sbagliato, tanto era stupito dall’errore di quel Maestro. Aggiunse che una volta gli capitò di vedere il portiere della sua squadra, il Norkoepping, effettuare la parata più grandiosa della storia del calcio svedese: lui, Nils, sferrò un tiro di rarissima potenza che andò a colpire in pieno la traversa avversaria, rimbalzò per tutto il campo costringendo, per l’appunto, il proprio portiere a una parata miracolosa. Diceva di avere ridotto a zero Di Stefano in una partita contro il Real Madrid e quando il collega di Roma gli fece notare che la «saeta rubia», el señor Alfredo Di Stefano, aveva però segnato tre gol in quella medesima partita, il Barone, senza una sola smorfia sul viso e tenendo le mani nelle tasche della giacca, replicò: «Tre gol e basta».
In tasca portava qualche amuleto, dimostrando di essere poco svedese e molto latino. Secondo una corrente di pensiero qualche marinero napoletano doveva aver lasciato il segno nelle terre del nord e Nils da quell’avventura era sorto. Corni e piccoli gobbi, segni zodiacali (i nati sotto la bilancia tutti campioni, lui compreso, anche Giovannelli!), repertorio classico di una fattucchiera. Busto Arsizio era il suo sito di magia, qui teneva casa e ufficio l’ex legionario Mario Maggi, lo stregone che avrebbe risolto, con la sola imposizione delle mani, un’ulcera duodenale di Nils, guai e problemi di ogni tipo, dico dei calciatori: distorsioni, dolenzie, stiramenti, contratture, anche strappi. Nils Liedholm faceva montare sulla sua vettura l’infortunato, fosse anche Rivera, il mago faceva il resto. In verità una volta Rivera venne messo fuori dalla formazione e non per infortunio. Accadde addirittura in un derby, nel novembre del Settantotto, al posto suo tale Sartori, il Milan vinse con gol di Maldera Aldo: «Ianni non ti preoccupare, ci penso io», spiegò il Barone mentre «Ianni non iocava». Ai difensori dava compiti precisi: «Non il pallone in tribuna, vergogna, Fulvio, vergogna», Collovati, educato e diligente come sempre, obbediva, arrossendo per la vergogna. Agli attaccanti spiegava: «Stefano per te non finito allenamento, tu adesso fai tiri in porta, io crosso tu calci», mentre il resto della truppa stava sotto i vapori della doccia calda Stefano Chiodi saltava sul prato di Milanello attendendo i cross perfetti del Barone, sentivi il colpo secco dello shoot, a fatica attendevi la successiva eco. Le sue squadre, Monza, Verona, Fiorentina, Milan, Roma, giocavano un football lineare, morbido, arioso, a zona, per dirla tatticamente senza che il docente per questo si spacciasse per depositario della scienza. Erano anni di dolce mestiere, per chi amava il football. Adesso un’altra fetta di vita se ne è andata. Nils Liedholm andrà a raccontare le sue fiabe agli angeli mostrando loro corni e gobbetti. Fa freddo a villa Boemia, qualcuno mi ha detto che quest’anno il grignolino non è «esesionale».