Ciao Lelio, porta lo swing in paradiso

Autore per Mina, inventore della Hit parade, attore con Dino Risi: fu un
intrattenitore perfetto Sparì dopo una assurda vicenda di droga.
Fiorello e altri lo riportarono al centro della scena

Piano piano, quasi sottovoce, ripeteva di essere l’unico triestino ad abitare nella piazza Unità d’Italia «dove cent’anni fa passeggiava Italo Svevo». E sei mesi fa disse che sì, era proprio il momento di smetterla di pensare alla musica e finalmente «passare il tempo a guardare dalla finestra il meraviglioso teatrino di vita che si vede da casa mia». In queste due frasi c’è tutto Lelio Luttazzi, quello che Mina chiamava «siu Lellu», zio Lello, e che tutta l’Italia ha amato così tanto da appenderlo per sempre alle pareti della propria storia, lì, come un signore dello swing che ha segnato un’epoca senza rimanerne prigioniero. Unico e solitario. Più che asburgico o mitteleuopeo, Lelio Luttazzi sembrava un gentleman inglese di quelli che tutto gli succede per caso. Una sera del ’43 incontrò per caso Ernesto Bonino al teatro Politeama e la canzone che dopo gli spedì, Il giovanotto matto, divenne un successone di quelli veri. «Guadagnai 350mila lire, se non ci fossero stati quei denari non so proprio come sarebbe andata a finire». Invece finì che si trasferì a Milano con l’amico di sempre Teddy Reno, lavorò alla Cgd, diresse l’orchestra d’archi della Rai di Torino, lavorò in radio con Mike Bongiorno e infine iniziò a entrare anche nella nostra storia perché uno come lui, così sublime nella composizione e così insicuro del proprio talento, sempre elegante e mai volgare, è un’immagine dell’Italia che rinasce dopo la guerra. Scriveva canzoni come Una zebra a pois o Souvenir d’Italie, che cantiamo ancora oggi. E presentava programmi come Studio uno o Doppia coppia, che oggi ce li scordiamo. Intanto che cresceva, Lelio Luttazzi si tormentava. Ha suonato il pianoforte per settant’anni, raffinato e pieno di jazz, eppure ancora nell’estate scorsa, quando ha fatto il suo ultimo concerto praticamente sotto casa, si lamentava perché «ho studiato poco il piano e ho sempre le dita dure sulla tastiera». Quando ha accompagnato Arisa al Sanremo del 2009, aspettò che lei finisse di cantare Sincerità prima di attaccare una versione esaltante di Vecchia America, le dita morbidissime sui tasti, uno swing irraggiungibile. Dopo Dino Risi per L’ombrellone, lo chiamò Michelangelo Antonioni per L’avventura, ma lui minimizzava comunque: «Mi ha cercato solo su consiglio la sua fidanzata di allora, Monica Vitti». E anche negli ultimi tempi, ormai icona, ormai leggendario, ripeteva mogio che «non mi sento né un attore né un musicista all’altezza». E in questa disperata, estenuante ricerca c’è il segreto del suo repertorio di compositore aristocratico eppure popolare, capace di comporre per il Quartetto Cetra e Jula De Palma, fare le colonne sonore di Totò Peppino e la malafemmina e poi sedersi in via Veneto con Ella Fitzgerald e Oscar Peterson. Si inventò, lui così compito, l’urlo dilatato di Hit parade, quell’«hiiit paraaade» che dal 1967 aiutò il programma di Radiouno a diventare un classico che fermava l’Italia all’ora di pranzo del venerdì. E l’oretta con i dischi più venduti divenne, prima, la vetrina del suo stile. E, poi, la berlina del suo destino. L’arresto con Walter Chiari e Franco Califano per spaccio di droga (dopo, guardacaso, intercettazioni telefoniche). Il carcere per 27 giorni. Il rilascio perché, ebbene sì, scusate ci siamo sbagliati. Lelio Luttazzi, guardate un vero signore, scrisse timidamente anche una lettera al Csm per protestare, ma «mai ricevuto una risposta». Invece si fece sentire la stampa, assatanata come al solito, e la Rai, che gli ridiede Hit Parade. «Ma dopo una vicenda così, uno rimane incazzato a vita» è stato, giusto qualche mese fa, il suo bilancio definitivo. Sparì. E continuò a macerarsi. Qualche cosa in tv: bella la partecipazione a Cipria di Enzo Tortora nel 1982. E rarissime serate. La vita serena di un uomo ferito. Quando nel 2005 la Rai pubblicò il cd Lelio Luttazzi and Rai Orchestra 1954, nel quale duettava con Gorni Kramer, cantava Parlami d’amore Mariù di De Sica e omaggiava Cole Porter in tanti si sono ricordati che, già, c’era un maestro che aveva voluto farsi dimenticare, una sorta di Salinger chiuso fuori dal mondo per vivere con la moglie Rossana, devota e dolcissima. «È morto tra le mie braccia ascoltando l’ultima musica che ha composto» ha detto ieri lei con un filo di voce. Fiorello, che Luttazzi definiva «il nuovo Walter Chiari anche se mi costa dirlo dirlo perché Walter mi mandò in galera», lo supplicò di partecipare a Vivaradiodue, Fazio lo aspettò a Che tempo che fa e allora l’Italia si guardò indietro, riscoprì le proprie radici, si commosse. Quando l’anno scorso Luttazzi salì sul palco dell’Ariston alla sera tardi, il pubblico tratteneva il fiato come capita solo davanti a una leggenda cui si è fatto un torto senza accorgersene per trent’anni. Poco prima, nella confusione festivaliera dell’Hotel Royal, in mezzo a urla, isterismi e vanaglorie, Lelio Luttazzi se ne stava silenzioso in un angolo, gli abiti da lord inglese, lo sguardo fisso sul mare. Sapeva che non sarebbe più tornato. E sapeva, certo sotto sotto lo sapeva, che oggi, il primo giorno senza il suo swing, tanti si sarebbero sentiti improvvisamente più soli.