Ciao Mirigliani, Miss Italia finisce con te

Lunedì, venticinque di settembre del duemila e undici. Il giorno dell'addio alla favole. Se ne è andato Sergio Bonelli con i suoi fumetti, è morto a Roma Vincenzo detto Enzo Mirigliani, quello delle miss. C'era una volta quest'Italia, esiste e resiste ancora ma con personaggi e interpreti differenti. Mirigliani, dunque, ha chiuso la sua esistenza di gloria dopo che Stefania Bivone, una pupa calabrese, la terra sua di nascita, era stata eletta Miss Italia. A novantaquattro anni si può anche salutare la comitiva senza provocare lacrime le stesse che rigano puntualmente il viso incipriato della più bella del reame. Così accade da prima della seconda guerra mondiale, quando il torneo (nel senso di gente che va e che torna indietro per farsi osservare) non prevedeva la sfilata ma soltanto l'invio di fotografia, in bianco e nero, collegata al concorso del miglior sorriso, con ricchi premi garantiti dal dentifricio dell'epoca. La «réclame», finito l'evento bellico, lasciò il posto alla passarella di femmine interessanti, Mirigliani, in verità non si occupava ancora dell'articolo, era militar soldato, presente, secondo la letteratura, alla battaglia di El Alamein dove i leoni della Folgore vennero annientati.
Continuò a stare sull'attenti e a sfamarsi di rancio sino agli inizi degli anni Cinquanta, gli italiani stavano ricostruendo il Paese e Mirigliani decise di lasciare la caserma di Trento e di prendere le misure, non della propria dimora, ma delle signore e signorine che chiedevano un abito. Infatti, con la moglie Rosy, si era dedicato a una casa di moda. Con il metro dei sarti tra le mani aveva capito che seno, vita, fianchi potevano essere traslocati altrove, tipo miss Italia, idea di proprietà di Dino Villani. Seguirono cinquant'anni di edizioni, un milione di ragazze prosperose e small, per tutti i gusti, scettro, corona, sogni, delusioni, passato il tempo di cinquemila lire per un sorriso avanti con i premi milionari, crociere, collane di perle, promesse cinematografiche, contratti televisivi, incantesimi bruciati nel giro di una votazione, con giurati di quelli tosti, De Sica e Mastroianni, Totò e Delon, Visconti e Vergani, Lattuada e Guareschi ma pure la prevedibile contestazione delle femministe trasformate in iene contro l'uso del corpo delle ragazze, ridotte a oggetti di bando e contrabbando (quelle del gay pride giammai).
In verità Enzo Mirigliani nulla ha avuto a che fare con questo circo di basse insinuazioni. A riascoltare registrazioni radiofoniche e televisive si ha la conferma che il patron era da tutte considerato un padre e non un padrino, un parente dolce e docile e non un guardone viscido, secondo usi e scostumatezze del settore bikini, cosce al vento con epilogo orizzontale. In un'intervista d'epoca trasmessa su Rai Storia, proprio nei giorni scorsi, Mirigliani, vestito come un cugino di campagna, pantalone bianco, camicia a fiori, capello con basetta, illustra alle ragazze, tutte sedute come a scuola, lo spirito della manifestazione, il presente e il futuro della loro esistenza e, al giornalista che gli pone la domanda bastarda: «Dicono che lei abbia guadagnato molto, dicono 50 milioni...» Mirigliani si schermisce, gira il volto pieno di vergogna quasi: «Ma no, ma sono cose che inventano, io l'ho fatto per la passione che ho per queste ragazze».
In fondo era anche possibile, Mirigliani apparteneva a un'altra Italia anche se poi l'evento, la manifestazione, è finito nel tritacarne arruginito, è diventata una trasmissione televisiva, anche scontata, ripetitiva, ripetuta, non più un concorso di belle ragazze e donne, comunque anacronistico e inutile, sono state abolite le misure (Costanzo dixit), è stato superato da altri show, decisamente più volgari. Patrizia, la figlia di Enzo, ne ha raccolto l'eredità ma la storia ormai è finita. Suo padre se la porta con sé, le ragazze della porta accanto stanno benissimo in paradiso. Meglio gli angeli dei tronisti.