Via il cibo, l’agonia comincia domani

nostro inviato a Udine

Il passo tranquillo, l'aria serena. Un giaccone beige e lo zaino a tracolla. Sono da poco passate le 9 quando il dottor Amato De Monte attraversa via Sant’Agostino e fa il suo ingresso nella clinica «La Quiete». Comincia così, con la visita del rianimatore-anestesista, che qualcuno ha già definito il «boia», la seconda giornata di Eluana nel suo nuovo e ultimo domicilio di Udine. Nella stanza che le hanno approntato, sottraendo un po’ di posto agli ospiti del reparto Alzheimer, al primo piano dell’istituto geriatrico, stanno concludendo il turno i due volontari che per tutta la notte si sono alternati al suo capezzale. Hanno appena finito di lavarla e pettinarla, provvedendo nei minimi dettagli alla sua igiene personale. La pomata che dovrebbe contrastare le piaghe da decubito le viene passata lungo tutto il corpo, poi gli asciugamani e i teli vengono affidati ad una inserviente, cui è vietato, come al resto del personale della clinica, di varcare la soglia di quella stanza, secondo il protocollo stilato in vista del ricovero a Udine dai legali della famiglia Englaro. Il dottor De Monte si trattiene una quarantina di minuti nella stanza di Eluana.
Accerta, come è stato stabilito, che continui a ricevere le medesime terapie di questi anni, cioè nutrizione e idratazione attraverso il sondino naso-gastrico. Quindi si ritira nella stanza messa a disposizione accanto a quella di Eluana, per definire, assieme a quattro collaboratori, il programma di assistenza che l'equipe di 12 persone, lui, un altro medico, e dieci infermieri, dovrà seguire nei prossimi drammatici giorni. Rientrato a casa papà Beppino, l’unica visita che ha ricevuto ieri Eluana è stato quella dello zio Armando che, arrivato dalla vicina Paluzza è entrato in clinica da un ingresso di servizio di via Diaz, scortato da una delle guardie giurate, disseminate nella clinica. Da domani, come confermerà qualche ora più tardi il professor Carlo Alberto Defanti, che ha in cura la giovane donna da 17 anni, verrà ridotta gradualmente l’alimentazione e l’idratazione di Eluana ma non le verrà staccato il sondino. «È impossibile avere la certezza se lei soffrirà o meno. Possiamo soltanto basarci sulle evidenze scientifiche e queste sono a favore del fatto che non soffrirà». «Mi rendo conto, ha precisato il neurologo, che è una risposta insoddisfacente perché, in linea di principio, le sensazioni le prova solo chi le ha e se un altro soffre lo so soltanto se me lo racconta». Di fatto verrà messa da parte la soluzione fisiologica mentre Eluana continuerà a prendere per via intramuscolare il farmaco, quello contro l’epilessia. Poi, gradualmente verrà aumentata la dose di sedativi per indurla ad un «dolce» assopimento. Per tutto il giorno in quella stanza dalle pareti gialle e attorno a quel letto di legno chiaro, i tempi e i passaggi dei volontari dell’«Associazione per Eluana» costituita ad hoc per attuare il protocollo, si sono scanditi con ritmi ben precisi.
«Dovrà andare tutto come stabilito», ci chiarirà, in serata Ines Domenicali, presidente della «Quiete» dopo il blitz a Roma dell’Assessore regionale alla Salute, Vladimir Kosic. L’assessore ha sconfessato la scelta fatta dal governatore Tondo andando a dire a Sacconi che «la Quiete non è idonea ad accogliere e attuare» questo atto estremo. È il nuovo cerino che finisce nella benzina della proteste. Come quella, composta ma determinatissima, che un centinaio di persone, di associazioni cattoliche, hanno inscenato davanti alla «Quiete». «Chiediamo la sospensione della tutela al padre di Eluana perché la sua scelta va contro l'articolo 32 della Costituzione che definisce la salute come diritto fondamentale dell’individuo. Eluana deve vivere» ha urlato al megafono Paolo Ramonda, responsabile della comunità Giovanni XXIII fondata da Don Benzi. Domani, giorno in cui comincerà il percorso di Elu verso la morte, anche un gruppo del Movimento per la vita inizierà a digiunare «per starle vicino».