Cibo non adatto a noi? Il carrello ci avverte

Marco Guidi

da Milano

Portarsi il proprio medico a fare la spesa. Chiedergli se l’olio che si ha intenzione di acquistare è il più adatto per la nostra alimentazione, se la bibita zuccherata che tanto ci piace è compatibile con il nostro tasso di colesterolo. Oppure, semplicemente, se il dolce che ci fa gola è ammesso nella nostra dieta dimagrante. Un domani sarà possibile, grazie a una card personalizzata, a un carrello molto speciale o a un cellulare di ultima generazione, dotato di camera fotografica. Le risposte, infatti, non ce le darà un dottore in carne e ossa, con tanto di camice bianco, ma il Pips, la piattaforma informatica personalizzata di servizi per la vita e la salute.
Di cosa si tratta precisamente? «In poche parole - spiega Alberto Sanna, responsabile dell’Unità e-services dell’Istituto scientifico universitario San Raffaele di Milano - il Pips è una banca dati digitale sulla salute personale in grado di fornirci informazioni utili sulla probabile reazione del nostro corpo a tutti quei cibi che vorremmo comprare al supermercato». Il suo funzionamento è molto semplice: basta mettere la confezione del prodotto nel nostro carrello magico, munito di display luminoso (in cui prima dobbiamo inserire la nostra scheda personale protetta da un codice segreto conosciuto solo dal proprietario) e sensori integrati con la nostra piattaforma tecnologica. Il Pips, in cui oltre ai dati della nostra cartella medica è inserito un profilo dei nostri gusti personali, incrocia le informazioni in suo possesso con le caratteristiche del prodotto in questione (tabella nutrizionale, proprietà organolettiche) ed emette una precisa sentenza, visibile sul nostro display grazie a Internet: semaforo verde se il cibo è in linea con i nostri parametri, bollino giallo se può darci qualche problema, allarme rosso se è d’obbligo evitarlo. Anche senza carrello, però, è possibile usufruire dei consigli del «medico virtuale». Basta fotografare con il nostro cellulare il codice a barre dell’articolo selezionato. Il Pips riconosce il prodotto, elabora i dati allo stesso modo e ci fornisce le risposte desiderate via sms.
Pura fantascienza? Decisamente no. Il progetto è frutto di uno studio di ricerca che vede in prima linea la Fondazione dell’ospedale San Raffaele di Milano, coadiuvata da sedici partner europei e internazionali, fra cui l’università degli Studi di Parma e il Centro comune di ricerca di Ispra. I fondi sono garantiti in gran parte da un finanziamento della Commissione europea (quasi dieci milioni di euro su un totale di poco più di 14) e le prime sperimentazioni sono già partite nel 2004 a Milano e a Valencia. Si concluderanno alla fine del 2007 e, a detta dello stesso Sanna, «fra 15 anni sarà ipotizzabile la completa diffusione del Pips». Oltre alla tecnologia, infatti, la piattaforma richiede l’adesione di tutti quei settori che dovrebbero far parte del progetto integrato: catene di supermercati, ospedali, imprese operanti nell’industria alimentare. Sarebbe necessaria, per esempio, la collaborazione dei medici nel mettere a disposizione del Pips le informazioni personali dei propri pazienti o delle aziende nell’inserire all’interno del codice a barre tutte le caratteristiche del prodotto messo sul mercato. Ma le direttive europee spingono verso una maggiore trasparenza.
Il nostro «assistente» non sarà a portata di mano solo al supermercato. Potrà aiutarci a scegliere i farmaci da assumere, ricordarci a che ora dobbiamo prendere la tal pillola, misurarci la pressione. Al posto del «carrello delle meraviglie» bisognerà munirsi di un armadietto «intelligente» o di altri dispositivi collegati al Pips. La prassi poi è la stessa: ricezione dei dati, incrocio con le informazioni già immagazzinate e risposta «in diretta». Tramite una penna digitale e un foglio di carta comune possiamo addirittura inviare informazioni sui nostri malesseri alla piattaforma, quindi attendere la diagnosi e la modalità di cura suggerita. L’unico inconveniente? L’uomo. Il Pips infatti si limita a consigliarci. Ma la decisione finale di mangiarci la fetta di tiramisù spetta sempre a noi.