Una cicatrice sulla fiancata della vita

Ambarabà cicci coccò
tre civette sul comò
che facevano l’amore...
E tocca a te...

È quasi l’alba. Luca esce per ultimo dal locale. Si china, gira la chiave. La serranda elettrica scende con un pigro ronzio. Quando si ferma lui ci si appoggia contro e con il grosso zippo laccato di rosso accende l’ultima sigaretta della nottata.
Fuma piano, guardando la strada deserta, la fila di lampioni che porta verso i palazzoni.
Inspira, espira. L’ultima sigaretta della notte sa di vittoria. E così lui se lo ripete per la centesima volta: Sono uno arrivato, uno che finalmente ce l’ha fatta, uno che è fuori da tutto questo schifo.
La mano scende alla tasca per controllare che il portafogli sia al suo posto, poi risale al taschino della camicia vintage. Anche l’e-phone è al suo posto. Un’ultima occhiata intorno che termina sull’insegna con scritto «Luca’s bar».
Tutto è al suo posto, ho quasi finito di pagare il mutuo del locale, non tiro più, non spaccio più, ho una casa col parquet e il plasma per guardare le partite col satellite, ho la macchina nuova coi cerchi in lega...
No, non è tutto a posto. Se ne accorge al parcheggio. Sulla portiera della Z3 c’è una riga bianca, feroce che taglia in due il nero, elegante, della carrozzeria.
Un calcio alla gomma, una bestemmia, le chiavi che volano in aria. La mano che passa su quella cicatrice che è un insulto gridato al mondo.
«Maledetto... Non so chi sei ma io ti trovo, ti trovo...».
Poi si mette al volante, pesta il pedale e sgomma via. Quando arriva nel garage del palazzo quasi spera di esserselo sognato, quello sfregio. Chiude gli occhi. Esce dalla macchina, li riapre. È ancora lì.
*** *** ***
Chi sarà stato? Magari quella piattola di Bruno... Mi odia, perché lui è rimasto un teppista che abita alle case popolari... E io... Mi fa schifo... non è colpa mia se io ho il cervello e lui no. O forse è stato Gio... Anche lui è invidioso... Peggio ancora quelli del pub... Ma tanto facciano pure, che con i clienti che gli ho rubato rivernicio tutte le portiere di un parcheggio da cinquanta posti...
Si rigira nel letto. Già ha fatto fatica ad abituarsi a dormire di giorno e a lavorare di notte, figurarsi adesso. Gli basta chiudere gli occhi per vedere quella mano misteriosa e carica d’odio.
Si alza, guarda Lisa, una massa di capelli corvini che spunta dal lenzuolo, pensa di abbracciarla. Poi... Va in salotto, apre un cassetto e, da una scatola con scritto sopra Habana, tira fuori spillo, il vecchio serramanico...
Lo fa scattare di polso. La lama è ancora scintillante, la fa guizzare nell’aria.
Io con questo mica ci rigavo le macchine, io lo so cos’è essere rispettati... E io devo essere rispettato. Adesso più di prima... Sarà stato qualche cliente del bar, qualcuno di quelli che non sa chi sono e da dove vengo... ma glielo insegno io appena lo trovo quel f...
«Ma sei scemo?».
Lisa, è arrivata da dietro il divano. Lo guarda coi suoi grandi occhi castani che in questo momento sembrano ancora più grandi.
«Ma cosa fai con un coltello, seduto sul divano? Sei ubriaco?».
«No, ti spiego è che mi hanno... la macchina... Cioè, se poi li lasci fare chissà cosa ti fanno dopo... Hai capito?».
«Ho capito che devi mettere giù quel coso e tornare a letto...».
*** *** ***
Luca arriva al locale. Questa volta posteggia proprio davanti. Anna, la barman, è lì che aspetta.
«Ma ti hanno rigato la macchina?».
Lui si passa la mano sulla testa rasata. «Lascia perdere...».
Pian piano arrivano i clienti, quelli da aperitivo. Ma oggi Luca non ha la forza di giocare al barista perfetto. Quello che sorride e stringe mani, quello che sa fare l’amicone senza esagerare. Adesso non gli viene. Bocca tirata, frasi mozze.
È uno di voi io lo so...
Poi lo vede. Giuseppe Belladio. Quello con l’Alfa Gt. Quello con l’aria da pitbull. Quello che beve sempre un bicchiere di troppo. Ha già dovuto buttarlo fuori due volte. L’unico modo per toglierlo dal culo di qualche cameriera. E tutte e due le volte il pitbull gli ha ringhiato in faccia dimenandosi: «Attento tu, che la paghi...».
Luca gli va incontro... Lo squadra. Quello ride, si volta, dice una cosa a una tizia, gambelunghe e minigonna. Una di quelle da sveltina che si porta sempre a rimorchio, di quelle che il pitbull ama posteggiare sugli sgabelli vicino al bancone per fare vedere che lui può... La tizia alza gli occhi e poi ride anche lei.
Ma allora sei tu... Non puoi essere che tu...
Certe cose Luca le capisce a istinto. Sa di non sbagliare. Gli si piazza davanti. Una mano sulla testa rasata, un’altra già nella tasca.
«Pensi sia stata una bella trovata... E ridi. Ma non c’è tanto da ridere...».
«Prego?».
«Prego un cazzo».
«Tu sei fuori. Ma di cosa parli?».
«Credi che non sono capace di fare quello che hai fatto tu? Guarda cosa succede alla tua schifo di macchina...».
«Sei da rinchiudere alla neuro! Io le ho solo detto...».
Ma lui non ascolta più. In un attimo è già in strada, la lama già aperta. La sciabolata sopra il cofano della Gt produce un suono sinistro, un ricciolo di vernice metallizzata schizza via.
Belladio il pitbull gli è alle spalle. Urla mentre lo afferra. Lo sbatte sul cofano, contro un lampione. Lo scaraventa per terra.
Luca tenta di alzarsi, scivola, quello con tutte le forze gli mena un calcio alle costole: «Stronzo».
Luca resta lì, non reagisce. Non si alza. Belladio sputa di lato. Assume soddisfatto la posa del grande cacciatore bianco che ha abbattuto il gorilla, mentre la minigonnata stacchetta accanto a lui e lo abbraccia.
«Psicopatico che non sei altro... Adesso hai paura ad alzarti? Oh e alzati coniglio che non ti faccio più niente...».
È allora che la vede. La macchia. Non è rossa come nei film, è quasi nera. Si allarga da sotto la pancia.
Il pitbull diventa pallido, si inginocchia. Gira il corpo, che ora sembra pesantissimo. Il coltello si è infilato in un fianco. Qualcuno urla «Ambulanza... Ambulanza...».
Il pitbull si guarda attorno e dice roco: «Non volevo... È stato lui a cominciare, il coltello è il suo...».
Luca muove piano la testa, lo fissa: «Perché l’hai fatto...».
E il pitbull prova ad abbracciarlo: «Ma fatto cosa? Cosa? Ambulanza, ma arriva st’ambulanza santo Dio...?».
*** *** ***
Ambarabà cicci coccò
tre civette sul comò...
che facevano l'amore...
Andrea, otto anni, il più grande della banda guarda con fare serio il piccolo Piergiorgio detto Pirgio.
«Ho detto che la conta è finita è toccata a te. Questo è il coltello, vai e fai un bello sfriso a quella macchina nera».
«Non voglio. È quella di Luca e lui apre prima il bar apposta per darci gratis la coca-cola. Non voglio, Luca è a posto».
«Non fare storie... Le regole del gioco le sai. Prima si fa la conta per scegliere che macchina ci lavoriamo... E poi si fa la conta per decidere chi affronta la prova di coraggio e fa il lavoro...».
«Ma è un gioco stupido...».
«Dovevi dirlo prima di metterti nel tondo della conta. E poi la prova di coraggio è così. Se non la superi non ti rispetta nessuno. E poi dài, che vuoi che gli importi a ’sto Luca della riga sulla porta.... Non ha il bar, e anche una moto? È uno che c’ha tutto...».