Cicchitto ai magistrati: «Basta partigianerie e disparità tra indagati»

Il vicecoordinatore azzurro: «Fiorani, Ricucci e Consorte trattati in modo opposto per lo stesso reato». Cossiga: «Chi tocca il “Corriere” muore»

Gian Maria De Francesco

da Roma

L’arresto dell’imprenditore immobiliare, Stefano Ricucci, solleva dubbi sulla tempistica adottata dai magistrati romani e sulla disparità di trattamento rispetto ad altri protagonisti delle scalate bancarie estive. È quanto ha rilevato il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, commentando il provvedimento cautelare emesso dai pm Cascini e Sabelli nei confronti del presidente del gruppo Magiste nell’ambito dell’inchiesta riguardante l’acquisizione del 20,9% di Rcs, l’editore del Corriere della Sera.
«Ancora una volta - ha sottolineato Cicchitto - ci chiediamo con quale criterio la magistratura decida a parità di condizioni se una persona debba finire in carcere o no. È davvero preoccupante assistere al destino di tre persone, Fiorani, Ricucci e Consorte, accusati degli stessi reati ma trattati in modo opposto».
Secondo il leader azzurro, all’ex numero della compagnia Unipol, che fa capo alle Coop rosse, è stata risparmiata la custodia cautelare in carcere pur essendo indagato per gli stessi reati contestati agli altri due finanzieri. «Fiorani - ha aggiunto - ha fatto 4 mesi di carcerazione preventiva. Ricucci è stato arrestato mesi dopo l’inizio dell’inchiesta. Al contrario Consorte, pur essendo legato agli stessi personaggi, pur essendo accusato di associazione a delinquere e degli stessi reati di Fiorani e Ricucci non ha avuto alcun provvedimento restrittivo, non solo personale ma anche economico, nonostante abbia commesso questi presunti reati mentre era alla guida di Unipol». La natura delle argomentazioni di Cicchitto non coincide con un sommario giustizialismo, ma con una decisa affermazione dell’equità di applicazione dei codici. «Noi - ha concluso - non chiediamo che Consorte finisca in carcere. Da una giustizia davvero giusta ci aspettiamo, però, che fatti uguali vengano trattati nel medesimo modo, anche per evitare sospetti di partigianeria».
Sibillino il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga. Per il senatore a vita il tentativo di penetrare in uno dei sancta sanctorum del potere economico-politico italiano come il Corriere non poteva avere altra conclusione. «Quando Ricucci mi disse che la sua partecipazione alla Rcs aveva raggiunto il 15% del capitale, io gli dissi: “Ma che fai? Chi tocca il Corriere della Sera o Banca Intesa, come un tempo Mussolini diceva della milizia volontaria per la sicurezza nazionale, muore!”: In questo caso gli è andata meglio perché è finito solo in galera», ha dichiarato Cossiga.
Il leader dell’Italia dei Valori ed ex magistrato, Antonio Di Pietro, ha paragonato l’arresto di Ricucci al prodromo di una nuova azione giudiziaria simile a «Mani pulite». «Penso - ha detto - che dopo Ricucci seguiranno tanti altri casi. Lui sta al malaffare finanziario come Mario Chiesa (il primo arrestato di Tangentopoli, ndr) stava al malaffare politico-imprenditoriale». E, preannunciando una «catarsi politica», Di Pietro ha auspicato che «almeno questa volta facciano lavorare la magistratura e non trasformino, anche adesso, i magistrati in imputati e gli imputati in impuniti».
Il parlamentare uscente diessino, Giuseppe Giulietti, ha invece dato credito alle tesi secondo le quali l’imprenditore romano sarebbe stato il frontman di un gruppo di potere interessato al controllo del principale quotidiano italiano. A questo scopo ha sollecitato gli inquirenti ad appurare sollecitamente questa evenienza. «Dalla magistratura - ha spiegato Giulietti - non ci attendiamo una lunga carcerazione preventiva, ma un rigoroso accertamento dei fatti che consenta alla pubblica opinione, tra le altre cose, di comprendere chi, perché e con quali metodi fosse interessato alla presa di possesso del Corriere della Sera». Sempre diessino l’unico parlamentare che ieri ha reso visita a Ricucci a Regina Coeli: Franco Grillini.