Cicchitto avverte: "Il Pdl non è un albergo a ore"

Il capogruppo alla Camera ai finiani: "Altro che caserma. Il dibattito
è utile, non le iniziative autonome con l’opposizione. Attorno al <em>Secolo</em> s’è formato un gruppo ideologico ispirato alla filosofia
dell’inciucio. Il disegno Perina-Veltroni non piace a me nè agli elettori&quot;

Stop. L’autunno a casa Pdl è stato sfibrante. Tante, chiacchiere, molte parole, qualcuna a muso duro, e poi telefonate, strette di mano, un paio di riunioni clandestine. Che fa Fini? Cosa risponde Berlusconi? Turbolenze. Questo venerdì di novembre, invece, è andato quasi piatto. Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, è contento che questa settimana di lavoro sia finita. È sera ed è un buon momento per ragionare su questo mal di pancia di cui soffre il partito. Roba di stagione. Forse.

Il Pdl ha scoperto le correnti?

«Come in tutti i partiti ci sono persone con idee diverse. La democrazia funziona così. Il dibattito è utile e fa bene al governo. Il problema è il metodo. Non puoi fare azioni politiche che non rispettano il pensiero della maggioranza. Senza avvertire nessuno. Altrimenti... ».

Altrimenti?

«Il partito diventa un albergo spagnolo».

E cos’è un albergo spagnolo?

«Un albergo dove la gente entra e esce. Passa, ci sta poche ore e poi se ne va».

Qualcuno dice invece che siete una caserma.

«E sbaglia. Tra l’albergo a ore e la caserma c’è la sana dialettica di partito, dove c’è un confronto. Si può avere unanimità o si può determinare una maggioranza e una minoranza, ma la minoranza non fa azioni politiche ignorando quello che pensano tutti gli altri».

Mi scusi, ma se uno pensa che la legge sul testamento biologico va migliorata deve stare zitto?

«Non ci siamo capiti. In primo luogo il biotestamento è un caso etico e c’è libertà di coscienza. Secondo: nessuno deve stare zitto, ma su certe questioni non è corretto presentare leggi che il partito non condivide. Se poi lo fa con parlamentari dell’opposizione... ».

Fa più o meno quello che ha fatto Flavia Perina, direttore del «Secolo»?

«Esatto. Il voto amministrativo agli immigrati è una fuga in avanti. Il minimo è avvertire il partito».

La Perina lo ha fatto?

«No».

Non le piace questa legge firmata con Veltroni?

«Non piace a me. Non piace a gran parte della maggioranza. Non piace ai nostri elettori. È un problema serio. Andrebbe discusso con calma e pone vari problemi».

Tipo?

«Mette in moto meccanismi difficili poi da controllare. Finirà che avremo in giro liste islamiche, magari fondamentaliste. È qualcosa su cui riflettere con calma. E invece per qualcuno è tutto semplice».

Dubbi anche sulla cittadinanza dopo cinque anni?

«Stesso discorso. Ci vuole cautela. Sono favorevole alla cittadinanza di qualità. Mi piace l’idea che chi diventa italiano deve condividere lingua, valori, sentimenti della nostra terra. Ma poi chi lo fa l’esame? Chi sceglie le commissioni? In che modo? Parliamone. E poi c’è il problema dei tempi: non è che in cinque anni può avvenire un’assimilazione culturale, tranne che per qualche genio».

Fini magari sta solo cercando di costruire un’identità finiana all’interno del Pdl. Guarda al futuro.

«Non lo so. Non faccio il processo alle intenzioni di Fini».

Esiste una corrente finiana?

«Fini ha come retroterra la storia politica di An. Berlusconi è il leader carismatico del centrodestra. Ciò che non mi convince sono le posizioni politico-culturali di questo gruppo ideologico, di intellettuali innamorati della parola bipartisan, che si sta raccogliendo intorno al Secolo d’Italia. Sono convinti che dopo la caduta del muro tutti i gatti sono bigi. Non ci sono più differenze».

Invece?

«Ha ragione un uomo intelligente, di sinistra, come Giovanni Pellegrino, che in un suo saggio ha spiegato come la vecchia ideologia comunista sia stata sostituita dal giustizialismo. Quelli del Secolo pensano invece che il passato sia una tabula rasa e quindi stiamo tutti nella stessa frittata, questo vale quello. È la filosofia dell’inciucio. Non si sono resi conto che dall’altra parte c’è un network mediatico, culturale, giudiziario che punta a ribaltare, senza esclusione di colpi, il verdetto elettorale. Non si può dialogare con gli antidemocratici».

Il giudice Antonio Ingroia ha invitato Berlusconi a dimettersi.

«E lo ha fatto in diretta tv. È il tipico esempio di quella cultura di cui parlavo. Un magistrato che fa politica. Ingroia appartiene a quel ristretto numero di magistrati che ritengono che il loro impegno nella giurisdizione e l’azione politica sono le due facce della stessa medaglia. Va da Santoro, partecipa ai convegni dell’Italia dei valori e applaude alle orazioni senza contraddittorio di Travaglio. Non credo ai complotti, ma questo doppio ruolo, del resto svolto alla luce del sole, è molto inquietante. Dove finisce la toga e dove incomincia il militante politico? D’altra parte da Samarcanda a Anno Zero c’è piena continuità».