Cicchitto: «Macché aperture, è soltanto una presa in giro»

Il vicecoordinatore di Forza Italia: «Dopo che si sono presi tutte le cariche possibili, parlare di accordi mi sembra ridicolo»

Mario Sechi

da Roma

Onorevole Fabrizio Cicchitto, il presidente del Senato Franco Marini dice che «la guerra è finita» e che «è il momento del dialogo senza pasticci e senza inganni». Che ne pensa?
«Stando alla metodologia di Marini, esposta dopo che il centrosinistra ha conquistato tutte le cariche istituzionali possibili e immaginabili, parlare di rapporti civili rischia di essere una presa in giro e non un’apertura. Quella di Marini è una metodologia del dialogo che ha il difetto di essere rovesciata rispetto ai tempi, è un ragionamento che si doveva fare prima che le cariche istituzionali fossero assegnate e soprattutto fosse ignorato il cinquanta per cento dell’elettorato che ha votato Casa delle Libertà».
In Transatlantico gira voce che la maggioranza sia pronta a far correre i senatori a vita per la presidenza delle Commissioni.
«E i senatori a vita sono tutti di un certo colore e allora è bene dire che Ciampi e Gifuni su questo punto hanno commesso un grave errore. E Napolitano dovrebbe correggerlo».
Si è anche detto che non bisognava fischiarli quando hanno deciso di dare la fiducia a Prodi. Il centrodestra ha forse esagerato?
«Quando il senatore a vita Emilio Colombo afferma che le parole di Berlusconi erano indecorose, il minimo che si può dire è che Colombo ha perso un’occasione per tacere. Perché la sua nomina a senatore a vita rientra proprio tra quelle scelte di parte che oggi vediamo operare in Parlamento».
Però Prodi ha superato lo scoglio della fiducia e si appresta a governare.
«Il suo è un gabinetto di serie C, frutto di una lottizzazione selvaggia che fa impallidire quelle della Prima Repubblica. Con l’eccezione di D’Alema, Amato e Padoa Schioppa è una formazione fatta con giocatori che vengono dalla serie B e C».
Ma al ministero chiave dell’Economia hanno piazzato una personalità di indubbio prestigio.
«Padoa Schioppa dovrà confrontarsi con una pattuglia di estremisti: Pecoraro Scanio, Bianchi, Ferrero e lo stesso Damiano».
Romano Prodi ha parlato di una scossa all’economia.
«Sarà un elettroshock, una scarica elettrica dagli esiti pericolosi: sono a rischio le infrastrutture, la legge Biagi, la Tav, la riforma delle pensioni».
Confindustria lancia segnali di dialogo. Forse hanno già dimenticato la lezione di Vicenza?
«I signorini della Confindustria che hanno aperto le porte al centrosinistra presto si accorgeranno di aver civettato con la “bestia trionfante” dell’estremismo. Oggi se la ritrovano al governo».
Che tipo di opposizione farete?
«Netta e dura, al Senato non passeranno né la Controriforma né una nuova legge elettorale né quella sul conflitto di interessi fatta su misura contro Berlusconi».
Ci sono dichiarazioni pesanti sulla Rai. Direzioni - quella di Clemente Mimun in particolare - messe sotto tiro.
«E noi ci batteremo proprio perché sulla Rai non avvenga nessuna prepotenza».
Il centrodestra ha il voto del cinquanta per cento degli italiani, ma è indubbio che il centrosinistra abbia dalla sua quasi metà del Paese e gran parte dei cosiddetti poteri forti: banche, gruppi editoriali, il vertice di Confindustria, i sindacati. Come sperate di uscire da un simile accerchiamento?
«L’opposizione va condotta in Parlamento e nel Paese. Loro utilizzavano per questo la leva dei sindacati, noi dovremmo riconvertire i nostri movimenti da partiti di governo a partiti di “lotta e di governo”, per usare un’espressione del vecchio Pci».
E le sembra facile? Forza Italia, che pure ha preso il 24 per cento dei voti degli italiani, non ha un’organizzazione comparabile a quella dei Ds.
«Bondi e il sottoscritto avranno anche commesso degli errori, ma si sono trovati ad affrontare una situazione difficile: tutto il gruppo dirigente di Forza Italia è andato al governo, spesso la presenza sul territorio - come ha giustamente osservato Claudio Scajola - era chiusa in se stessa, con il ponte levatoio alzato rispetto alla società civile. E se alcuni coordinatori, certamente non tutti, erano autoreferenziali, aggiungo che alcuni ministri tecnici e sottosegretari sul territorio non si sono mai fatti vedere».
Però nonostante gli errori, come lei ammette, il berlusconismo è stato il fenomeno trainante per la Cdl. Perché?
«Sondaggi fasulli parlavano di fine del berlusconismo e davano Forza Italia al 12%, la realtà ha rovesciato tutti i pronostici. Berlusconi si è confermato l’unico leader capace di trascinare la Cdl. Fini e Casini sono personalità politiche rilevanti, ma riescono a parlare al 30-35 per cento degli elettori. Berlusconi parla invece a un popolo di centrodestra che è emerso in questa campagna elettorale, che rappresenta metà del Paese ed è unito».
Se Berlusconi c’è, manca il partito?
«Forza Italia è trainata da Berlusconi, ma qualcosa di suo l’ha fatto, eccome. Abbiamo sostituito un po’ di coordinatori regionali, messo in campo i giovani del Motore Azzurro. Ora dobbiamo irrobustire la nostra presenza sul territorio».
Come?
«Va costruito un reale partito di massa. Nuovo e antico nello stesso tempo. Dobbiamo riformare lo Statuto, definire sedi regionali, provinciali e comunali. Forza Italia è presente in circa 2000 comuni, dobbiamo arrivare a 8000 e con coordinamenti eletti dal basso».
Niente rese dei conti?
«Esiste indubbiamente una pressione di alcuni giornali perché da noi si apre una fase dei lunghi coltellini, ma resteranno delusi. Non esiste nessuna condizione e nessuna ragione perché in Forza Italia si apra la conflittualità interna, è interesse di tutti rilanciare e rinnovare il partito. Abbiamo cose più urgenti da fare: il rush finale per le elezioni comunali, un importantissimo referendum e la madre di tutte le battaglie: quella per far abbattere in tempi rapidi quel mostriciattolo del governo Prodi».