Cicchitto: «Porte aperte a Casini Ma non diventeremo un’altra Dc»

Il presidente dei deputati Pdl spiega il nuovo partito unico: «Serve un rimescolamento. E non c’è spazio per la Destra»

da Roma

Leadership, rapporti di forza interni, reggente unico o comitato, futuro allargamento. Presidente Cicchitto, nel Pdl la «politica balneare», come ama definirla lei, è ancora animata.
«Chiacchiere d’agosto, non ne farei un dramma. Ma ora dobbiamo voltare pagina e occuparci di contenuti, per indirizzare il nostro percorso politico verso l’azione di governo. E per tenere a mente le scadenze autunnali che ci attendono in Parlamento».
Quali saranno le priorità?
«Proseguire sulla strada tracciata in politica economica, grazie alla quale la luna di miele tra esecutivo e cittadini non s’è mai interrotta. Affrontare la questione riforme - dal federalismo fiscale alla revisione costituzionale - su cui il Pdl, pur avendo una sua linea ben chiara, dovrà ricercare il dialogo con l’opposizione. E lavorare sulla riforma della giustizia, ancora nervo scoperto per il centrosinistra».
Si riferisce alle recenti polemiche con l’Anm?
«In parte sì, visto che l’indice dell’estrema politicizzazione della magistratura viene fuori dalle parole del suo segretario. Infatti, senza aver letto una riga della riforma, annunciata solo nelle linee generali dal premier, Cascini l’ha definita fascista. Peccato che la separazione delle carriere, ad esempio, sia già presente in diversi Paesi europei, tra cui la Francia. Fascisti anche loro? E poi, l’ultima cosa che può fare la sinistra è nominare Giovanni Falcone: l’ha sempre attaccato e riconosciuto solo dopo il suo assassinio».
Tornando al partito unico, si continua a discutere sui rapporti di forza tra Fi e An.
«Guardi, in un momento del genere, è ovvio che ognuno tenti di piazzare la propria bandierina. Ma è bene ribadire che siamo ancora in una fase transitoria. E le percentuali, 75-25 o 70-30, sono relative, indicazioni approssimative, che andranno definite quando si capirà chi dovrà farsi carico dei partiti minori. L’importante, invece, è garantire la presenza di tutti e far sì che non ci siano né vincitori né vinti. Serve infatti un reale mescolamento, oppure avremo a che fare con un partito federativo».
Sarà una sorta di nuova Dc, come sembra immaginare il ministro Rotondi?
«Non proprio. Il Pdl non nasce per diventare un nuovo partito socialista o liberale. E nemmeno per essere una nuova Dc, perché una parte di Forza Italia e di An non lo vuole. È auspicabile, però, che in futuro ne faccia parte l’Udc, nell’ottica condivisa di allargare ai moderati e ai riformisti».
Si parla anche di aprire alla Destra di Storace.
«In questo caso, c’è una chiara discriminante. An ha fatto un percorso chiaro, passando da destra nostalgica a democratica. E nel Pdl, secondo me, non è ipotizzabile la presenza di una componente filo-fascista. Ecco perché, se davvero Storace vuole confluire nel partito unitario, dovrà rifare lo stesso percorso».
Per l’allargamento c’è tempo. Ma intanto, reggenza unica o comitato?
«Al momento, in prima linea sono Denis Verdini e Ignazio La Russa. Ma è scontato che in questa fase transitoria verranno assistiti da una realtà collegiale. Poi si vedrà. In ogni caso, però, l’importante è avere un respiro programmatico ben definito. E il Pdl, nel ribadire la fortissima alleanza con la Lega, deve porsi anche il problema di rinnovarsi al Nord, per sviluppare una maggiore presenza».
Tutto chiaro sul leader?
«Non c’è nulla da chiarire. Il leader indiscusso è Silvio Berlusconi, che è stato e sarà il motore trainante».
Niente da dire sul presidente della Camera?
«Gianfranco Fini, per sua scelta, si è collocato in una posizione istituzionale. Ma è fuor di dubbio che è e sarà anche lui un punto di riferimento fondamentale per il Pdl».
Torniamo all’attività parlamentare. A Montecitorio, nel gruppo che lei presiede, ci sono state a volte assenze ingiustificate.
«Non bisogna essere ingenerosi verso i nostri gruppi, che hanno sostenuto un compito gravoso e sono stati impegnati di continuo».
Sì, però qualche volta siete andati sotto.
«È successo una volta, al massimo in due votazioni, ma è fisiologico. E poi, basta con la leggenda che abbiamo cento voti di maggioranza rispetto all’opposizione. Non è così. Se andiamo scremando, vediamo che il margine, alla Camera, scende a 50-60 deputati in più».
Non sarebbe giusto, in ogni caso, vietare il doppio incarico ai membri del governo?
«Sarò realista. Io ci credo poco. È difficile dimettersi, una volta che sei stato eletto. Semmai, chiederei una presenza maggiore in Aula dei sottosegretari, che a volte è mancata. E poi, per rimanere in tema Pdl, aggiungo che, in veste di presidenti e vicepresidenti di deputati e senatori, da settembre chiederemo di incontrare Verdini e La Russa, per affrontare insieme i nodi del partito. E ci confronteremo pure sull’attività di governo con i ministri più significativi, per rendere protagonisti i nostri eletti».