Ciccio e Tore morti tre volte

Quaranta giorni. Una vita, ormai. La seconda vita. Anzi, la terza. La prima, quella dei giochi e della scuola, del riso e del pianto, del sole e della pioggia, l’hanno percorsa di volata da comuni e specialissimi mortali. La seconda, quella dell’assenza e del buio, del silenzio e del nulla, l’hanno subìta, piccoli fantasmi dietro la lavagna, intrappolati nel castello che si chiama angoscia. La terza, mefitica palude dell’oblio, è ancora in corso, ed è l’oltraggio più grave, perché rende l’uomo, soprattutto quand’è ancora bambino, qualcosa di simile al corpo di un reato, all’evidenza di un crimine. Un oggetto, in fondo. Sì, proprio in fondo. In fondo a una cisterna, al pozzo e al pendolo che scandisce impassibile minuti, e ore, e giorni.
Quaranta giorni fa li trovarono, laggiù. E li scaraventarono, incatenandoli al peso delle lacrime, ancora più in basso. Fu allora che Ciccio e Tore, usciti dalla seconda vita, piombarono immediatamente nella terza. Per tutta Italia divennero «rilievi della scientifica», «interrogatori», «impianti accusatori». Divennero «ipotesi», «dubbi», «deposizioni». Il ricamo dell’Opinione Pubblica, quella gigantesca, onnivora tricoteuse che con un occhio assiste all’esecuzione sulla pubblica piazza e con l’altro guarda la partita o le chiappe di una sgualdrina, è stato (continua a essere) una tela di Penelope. Si disfa a ogni telegiornale, a ogni collegamento con l’inviato di turno, a ogni ipocrita articolo (come questo, direte. Ditelo pure, perché è vero: bisogna avere il coraggio delle proprie inazioni...).
Quaranta giorni sono passati. Ma non passeranno mai. «Chi è felice ha ragione», rifletteva Tolstoj parlando con il proprio diario. Non era una constatazione, bensì una tenue speranza, l’anelito alla media esistenza, al regolare battito del cuore, a ciò che fa dell’uomo un Uomo, così a Jasnaja Poljana come a Gravina in Puglia. Ma chi è triste, e Tolstoj lo sapeva bene, non ha torto. Chi è triste si macera nel rimpianto di ciò che non è ancora né mai sarà. Chi è triste vorrebbe (avrebbe voluto) che Ciccio e Tore fossero (fossero stati) due bambini morti, non carne tritata dalla macchina luogocomunista e usata come guarnizione sulla torta dei cannibali.
Per ricordare, occorre aver dimenticato. Per amare, occorre aver sofferto. In questi quaranta giorni, Ciccio e Tore non li abbiamo né ricordati, né tantomeno amati, perché non abbiamo avuto il coraggio, la dignità, di dimenticarli e dunque di soffrire per loro. Occorre la giusta distanza, per vedere bene. E tutto questo accanimento da entomologi, tutto questo sezionare e osservare al microscopio due poveri corpi in contumacia, è un ballo da invasati, il baccanale del qualunquismo a reti unificate. Il «giallo», il «mistero», l’«inquietante interrogativo» sono coperte sempre troppo corte: lasciano comunque esposte le pudenda delle nostre anime morte che si vendono al peggior offerente.
In questi quaranta giorni abbiamo guardato il dito che indicava la luna. Intanto la luna è cambiata. E un’altra come sempre cambierà. E poi un’altra ancora... Ma il dito resta lì, immobile, infilato in una ferita che fingiamo di condividere con chi di dovere, obbedendo a una morale da grandi magazzini, in offerta speciale fino a esaurimento scorte. Così, ormai del dito sappiamo tutto. E della luna, non sospettiamo neppure l’esistenza. «Bisogna scampare al tempo, per sopravvivere», scriveva Zweig in Clarissa. Se non proprio per sopravvivere, almeno per compatire se stessi.
Daniele Abbiati