Cicciottelli, gattini, osterie. Così Amorosi diventò il Raffaello delle bambocciate

Una mostra per riscoprire il pittore secentesco. Geniale nel raccontare, con precisione e ironia, la quotidianità

Ci sono artisti che ti accompagnano per tutta la vita, silenziosi e sconosciuti, eppure familiari. Essi non costituiscono un problema, né umano né critico. Li hai incontrati, con alterna frequenza, da quando sei entrato nell'iconosfera degli artisti, maggiori e minori, con una predilezione per questi ultimi. Ti hanno divertito e sorpreso. Più di tutti, senza troppa emozione, lui: Antonio Amorosi. L'hai visto in tante case, in tante collezioni, in tanti musei, nella sua cifra ripetitiva, mezze figure di giovinette e giovinetti non ancora adolescenti, con le guance paffute e le fronti alte, facilmente riconoscibili, più spesso soli, talvolta brutti. Scene di genere gustose in situazioni e ambienti curiosi. Adesso, dando ordine alle loro presenze frequenti e rapsodiche, sono riunite in una bella e sistematica mostra, tutta dedicata all'Amorosi, nell'ambito de «La cultura figurativa del Settecento tra le Marche e Roma», con le amorose cure di Claudio Maggini e Stefano Papetti, affiancati da un segugio di quadri di ogni tempo e di ogni scuola, Tino Vallorani. Hanno fatto un buon lavoro e hanno restituito l'anima a un nome, vieppiù articolandolo.

Scopro infatti, leggendone i saggi, insieme a quelli di Maria Rosaria Valazzi, Benedetta Montevecchi e Andrea Donati, Andrea Baffioni, Valentina Catalucci, Antonio Lazzari, Alessandro Marchi, Maria Claudia Caldari e Agnese Vastano, che il nome compiuto dell'Amorosi è Antonio Mercurio, e che, conseguentemente, le due iniziali accostate generano al centro la M di Mercurio.

Amorosi, migrando dalle Marche, da Comunanza, matura a Roma, nella bottega di Giuseppe Ghezzi, in un rapporto di consuetudine quasi familiare.

Papetti osserva: «Riguardo all'attenzione maturata a Roma per le scene di vita popolare, che gli meritarono da parte di Lione Pascoli il soprannome di Raffaello delle bambocciate, gli studiosi hanno sempre sottolineato il rapporto con l'attività, del pittore danese Eberharf Keihlau, detto Monsù Bernardo».

La mostra si apre proprio con convincenti confronti con opere di Monsù Bernardo. Gli incroci e le affinità sono anche con i dipinti di genere di Giuseppe Maria Crespi e di Giuseppe Gambarini. Del rapporto con il maestro e concittadino Giuseppe Ghezzi sono testimonianza alcuni quadri di soggetto religioso, come la Madonna di Loreto del Museo di Comunanza, e lo Sposalizio mistico di Santa Caterina e l'Angelo custode nella chiesa delle monache benedettine di Amandola.

Opere convenzionali, con momenti più vivaci, in cui si affacciano le testoline dell'Amorosi.

Nei piccoli formati, con soggetti biblici o mitologici, appare finalmente l'Amorosi da camera, incrociato in tante collezioni.

Sono quadretti gustosi, come l'Allegoria della pittura o le Allegorie delle stagioni, in collezione privata a Grottammare: fanciulle che offrono fiori, che spremono l'uva.

Con questo campionario di bambini, nelle più diverse attitudini, sempre seriosi, qualche volta piagnucolosi, prevalentemente a mezza figura, Amorosi crea un genere fortunato e di largo consumo.

Nella ripetitività dei moduli formali, Amorosi costituisce un'anticipazione di Antonio Bueno e di Fernando Botero.

Quando s'impegna, gli escono capolavori come il Ritratto di giovane macellaio, e l'Uomo con fiasco di vino e bicchiere.

La fortunata produzione di soggetti di genere di Amorosi, sul finire del '600, s'incrocia con quella di sapide nature morte di Giovanni Castelli detto lo Spadino; e i due pittori aprono una ditta, producendo quadri di collaborazione, particolarmente attraenti, in una scientifica divisione del lavoro. Tra i più notevoli esempi, le due tele delle collezioni comunali d'arte di Palazzo d'Accursio a Bologna.

Nelle scene di genere a più figure, affini a quelle dei bolognesi Giuseppe Maria Crespi e Giuseppe Gambarini, l'Amorosi dà il meglio di sé, superando il rischio della cifra stilistica commerciale nel piacere del racconto.

Nascono così: Interno di osteria con oste e commensali e Interno di osteria con commensali e mendicante, siglato e replicato. Altrettanto notevole il Banchetto all'aperto con convitato, ed esilarante la scena d'Interno con clistere al gatto.

La mostra si chiude con due coppie di piccoli capolavori: Il venditore ambulante di vino e Il gentiluomo che paga la sarta per il suo servizio, così accurati e narrativi da anticipare Pietro Longhi. Infine, raffinatissimi e di grande formato, i Due fanciulli in costume abbracciati, e la Ragazza con bambino e moretto con abito piumato della collezione Giusti di Modena.

L'Amorosi si sofferma sui dettagli, sui gatti, sui dipinti alle pareti, sui vasi di fiori, sugli specchi, sui ricami, con un gusto sofisticato, e con una cura che fa scintillare le sue bambocciate, fortunate e popolari, «in consonanza di atteggiamento mentale con le figurazioni di Andrea Locatelli, di Paolo Anesi e di Paolo Monaldi», come osserva Carla Guglielmi Faldi. E, davanti a prove così riuscite e felici, viene il sospetto che la produzione più ripetitiva e di batteria, tante volte sfiorata distrattamente, possa ascriversi a un Amorosi di seconda scelta, come certamente fu il figlio Filippo, dai contorni ancora non ben definiti.