Ciclismo, Basso confessa: "E' vero, mi sono dopato"

A pochi giorni dal via del Giro, il campione coinvolto nella Operacion Puerto, ha deciso di parlare al procuratore antidoping: "Ora mi sento più leggero. Non ci sono più gli incubi. Ho raccontato gli errori che ho commesso"

«Adesso sì, mi sento più leggero. E gli incubi non ci sono più, li ho spazzati via». Ha un motivo per sorridere, Ivan Basso, e nei suoi occhi brilla una luce diversa, nuova.

«Ho raccontato gli errori che ho commesso in passato, ho spiegato che sì, conoscevo il dottor Fuentes. Ma chi non ha mai sbagliato in vita sua? Adesso non vedo l’ora di tornare a casa - confessa mentre viaggia per raggiungere l’aeroporto di Fiumicino -, di riabbracciare i miei cari, di tornare a parlare con mia moglie, come ho sempre fatto. E domattina voglio ripartire subito con la mia bicicletta, per tornare ad incontrare i tifosi, a testa alta».

Ivan Basso ha scelto, Ivan Basso ha deciso di raccontare al Procuratore Antidoping del Coni, Ettore Torri, la sua verità: ha spiegato la posizione e ha ammesso di conoscere il ginecologo Eufemiano Fuentes, l’uomo a capo della vastissima rete di doping scoperchiata dalla Guardia Civil spagnola nel corso dell’Operacion Puerto. «È stato Ivan a decidere di parlare con il Procuratore - spiega il suo legale, l’avvocato Massimo Martelli - perché tecnicamente c’erano ancora, codice alla mano, ampi margini di difesa. Ma Basso ha detto basta: basta con i codici e i commi, basta con i funambolismi giuridici, basta. Ha parlato della sua storia, ha confessato i propri errori: dal punto di vista giudiziario, ha raccontato di un’attività svolta individualmente, confermando di non aver mai visto o sentito di altri corridori coinvolti». E al termine della sua audizione, Basso ha anche dato la massima disponibilità a lavorare al fianco del Coni e della Federciclismo italiana per la lotta al doping.

A un anno di distanza, quindi, può considerarsi conclusa la fase istruttoria nei confronti del campione varesino: era il 23 maggio e si era in pieno Giro d’Italia, con Basso in maglia rosa e alla fine vincitore, quando scattò a Madrid l’Operacion Puerto. Il nome del varesino venne fatto subito per poi sparire fino al 30 giugno: quel giorno a Strasburgo, alla vigilia del Tour de France, lo scandalo esplose: Basso, Ullrich e altri sette corridori, oltre alla Liberty Seguros di Manolo Saiz, furono esclusi dalla Grande Boucle.
Dopo un lungo lavoro politico, necessario per ricevere gli incartamenti, finalmente a fine estate Basso fu giudicato dalla stessa Procura del Coni e dalla Federciclismo: in entrambi i casi fu assoluzione con una postilla che recitava «riapriremo il caso se emergeranno nuovi elementi». Assolto, Basso chiudeva il rapporto con la Csc e si accasava alla Discovery Channel, la squadra che lo inseguiva da anni e dalla quale il varesino ha preteso la rescissione del contratto nei giorni scorsi, subito dopo l’esplosione del nuovo scandalo. I nuovi elementi sono emersi puntuali a poche settimane dal Giro d’Italia (davvero perfetta la regia che fa scoppiare il caso alla vigilia di ogni grande corsa a tappe): audizione di Basso il 2 maggio scorso e poi ieri l’ammissione di colpa.

Dopo una domenica di riflessione, il varesino ha chiesto all’avvocato Martelli di prendere contatto con la Procura antidoping e ieri pomeriggio, poco dopo le 14, ha parlato nel segreto di uno studio notarile romano, zona Parioli.

Cosa rischia adesso Ivan Basso? Sicuro il suo deferimento alla Commissione Disciplinare della Federciclismo per tentato utilizzo di pratiche dopanti: per la legge sportiva, infatti, il solo tentativo costituisce reato, quindi l’ammissione fatta da Basso - conoscevo il dottor Fuentes - basta per il deferimento anche se, come è stato accertato, nelle sacche di sangue che porterebbero il suo nome non sono state rilevate tracce di Epo. La pena prevista è la squalifica di due anni, ma è probabile che al varesino sia concesso uno sconto, vista la sua decisione di collaborare con gli inquirenti (ma potrebbero togliergli anche l’ultimo Giro d’Italia).

Troppo presto, però, per lasciarsi andare ad ipotesi su un suo possibile ritorno alle gare: se è vero che la squalifica potrebbe essergli ridotta, altrettanto vero è il fatto che Uci e Wada faranno di tutto perché a Basso venga inflitta la pena massima.
Ma Ivan Basso non va lasciato solo soprattutto nella sua decisione, visto che il dossier dell’Operacion Puerto, che nel frattempo è arrivato a contare seimila pagine, parla chiaramente del coinvolgimento di oltre cento corridori. Dei quali, però, al momento nessuno sembra aver voglia di parlare. E di mostrare lo stesso coraggio da campione di Ivan Basso. E a coloro che sorridendo diranno che Basso avrebbe fatto meglio a confessare prima, la risposta arriva proprio da Basso e dalle sue scelte: la decisione, tormentata, di parlare, conferma quanto Ivan sia un uomo di animo buono e soprattutto sia un uomo che non è abituato a giocare al tavolo verde del poker, ma piuttosto si sia trovato costretto a fare i conti con le regole del gioco.

Lui, alla fine, il grande passo ha avuto il coraggio di farlo. Adesso è giusto attendersi altre verità. Magari ricordando anche ad altre federazioni che fra i nomi spuntati dalla Operacion Puerto non c’erano soltanto quelli di ciclisti ma anche di calciatori, tennisti e atleti.