Ciclista tedesco vuota il sacco Veleno doping anche sull’Italia

Jaksche, coinvolto nel caso Fuentes, rivela: «Dopato da quando corro. I direttori sportivi sanno tutto: iniziai con Stanga»

Sarà la settimana di Alessandro Petacchi, che questa mattina alle 10 si dovrà presentare davanti alla Procura Antidoping del Coni per rispondere della positività al salbutamolo riscontrata nella tappa di Pinerolo all’ultimo Giro d’Italia. Sarà la settimana di Danilo Di Luca, che dovrà comparire giovedì davanti al capo della Procura Ettore Torri, per dare spiegazioni sull’inchiesta «Oil for Drug». Ma questa sarà sicuramente la settimana choc di Jorg Jaksche, corridore tedesco, ex compagno di squadra di Jan Ullrich, che ha deciso di rompere il muro dell’omertà con un’intervista esclusiva concessa al settimanale Der Spiegel in edicola questa mattina.
Ad un certo punto ha deciso di voltare pagina e di dire basta con il passato. Basta con le bugie, basta con le ipocrisie di facciata, basta con tutto. Jorg Jaksche, tedesco di Furth, 31 anni il prossimo 23 luglio, professionista dal ’97 con il Team Polti di Gian Luigi Stanga, vincitore quest’anno di due corse con la Tinkoff (tappa e classifica finale del circuito della Lorena; 8 le vittorie in carriera) prima di essere sospeso, ha deciso di parlare e collaborare con la Wada e l’Uci, per alleggerire la sua posizione in merito all’«Operacion Puerto».
Ad un certo punto ha cominciato a raccogliere elementi, a fare telefonate e a registrare le conversazioni. Ha deciso di parlare e oggi lo fa con elementi alla mano, perché sa che saranno in molti a volerlo impallinare dopo le sue clamorose rivelazioni.
Jaksche ha confessato che nella stagione 1997, quella dell’esordio, quando indossava i colori del Team Polti, assunse eritropoietina in occasione del Giro di Svizzera. Nell’intervista rilasciata a Der Spiegel, Jaksche chiama direttamente in causa Gianluigi Stanga, oggi team manager della tedesca Milram di Zabel e Petacchi, reo secondo l’atleta di averlo indotto a pratiche illecite.
«Ho iniziato nel 1997, poi ho smesso quando i controlli si sono fatti più severi – si legge -: nessuno mi ha mai costretto a doparmi, ma i direttori sportivi che prima conoscevano ogni sostanza, i loro costi e la loro efficacia, oggi si fanno passare come paladini dello sport pulito. Stanga disse che voleva cominciare con il trattamento perché voleva vedere cosa funzionasse meglio per me», spiega sempre il corridore.
Non si fa attendere la replica di Stanga: «Sono accuse assurde, ne risponderà nelle sedi opportune». Pronta anche la replica dello sponsor: «Adesso sarà Stanga a doverci dare delle spiegazioni».
Jaksche, che dal settimanale pare abbia percepito 200.000 euro per dare in esclusiva il suo memoriale, parla anche dei suoi due anni al Team Telekom, sempre - a suo dire - nel segno del doping. «Il management della squadra sapeva tutto, era un sistema stabile», ammette il ciclista, che nell’occasione rivela di corrispondere al nome in codice «Bella» (il suo cane) nell'elenco dei codici utilizzati dal dottor Fuentes.
In merito all'«Operacion Puerto» nell'anticipazione del sito di «Der Spiegel» il corridore non fa i nomi di suoi colleghi coinvolti, anche se lo stesso Jaksche si è detto sorpreso sottolineando l'assenza di molti nomi dall'elenco reale dei ciclisti implicati: «È stata fatta una selezione», ha affermato il corridore che ad ogni modo, su Der Spiegel chiamerebbe in causa Jens Voigt, Vinokourov e almeno altri due corridori suoi ex compagni di squadra.
Jaksche ha anche raccontato di avere sospeso pratiche dopanti nel 1999, in occasione del Tour de France, per il timore di blitz e controlli. I risultati, in strada, furono pessimi: «Niente da fare, non riuscivo a tenere il passo di nessuno e rimanevo sempre indietro. Mi sentivo completamente inutile. Se non fossi finito sulla lista di Fuentes? Probabilmente avrei continuato a doparmi», chiosa il corridore.