Ciclisti in guerra contro gli stand «pirata» Petizione contro il Comune per contestare l’invasione dei banchi sul Tevere

A far discutere è un tratto della banchina destra

Valeria Arnaldi

Un protocollo d’intesa contro l’Estate Romana. Stanchi di vedere la pista ciclabile sul Tevere occupata dagli stand della manifestazione, proprio nel periodo ideale per il suo utilizzo da parte degli amanti delle due ruote, le associazioni Bici Roma, Shamrock e Vela d’Oro hanno deciso di firmare un documento contro l’uso selvaggio dei percorsi e sottoporlo all’attenzione del Comune di Roma e della Regione Lazio.
Oggetto delle proteste è, in particolare, il tratto della banchina destra che da ponte Risorgimento va a ponte Sublicio. Ampie e diverse le premesse. Si parte dall’impossibilità di far coesistere pista e stand, per poi analizzare la mancanza di garanzie di sicurezza per ciclisti e pedoni. L’obiettivo, infatti, del protocollo è quello di trovare «una comune soluzione in direzione di un miglioramento della qualità della vita per tutta la cittadinanza». La proposta delle associazioni prevede la realizzazione di un’altra pista non più ciclopedonale come quella attuale, ma riservata ai ciclisti e l’individuazione sulla restante banchina di spazi destinati a ospitare stand, manifestazioni o aree per chi voglia fare sport, passeggiare o concedersi un po’ di relax con vista sul fiume. Al protocollo è allegata una bozza di progetto per la realizzazione del percorso, su fondo liscio e non su sampietrini, con un lato addossato al muraglione dell’argine, per diminuire gli effetti di eventuali esondazioni e l’altro delimitato da un cordolo. Il problema dello scorretto uso della pista da parte del Comune risale alla scorsa estate, quando l’inaugurazione del tratto che doveva unire le due principali ciclabili della città - Tevere Nord e Tevere Sud - fu rimandata da luglio a ottobre per l’obiettiva inagibilità dello spazio, occupato da diversi villaggi estivi. Alle proteste di allora, il Comune rispose garantendo soluzioni differenti per l’anno seguente. È stata una sorpresa per gli interessati, quindi, vedere che quest’estate gli stand sono stati collocati nei medesimi posti. La pista, ufficialmente, non è stata chiusa alle due ruote, ma è quasi interamente occupata da banchi, tavoli e sedie, per non parlare dei veicoli che, di mattina e all’ora di pranzo, circolano sulla banchina per rifornire le strutture. «Dopo aver atteso dal 2002 all’inverno del 2005 per vederlo realizzato - commenta Fausto Bonafaccia, presidente di Bici Roma -, nel periodo di maggiore fruizione, da giugno a settembre, il percorso viene oscurato dagli stand, diventando inservibile, malgrado sia costato centinaia di migliaia di euro ai cittadini». «La scelta di concedere la ciclabile del Tevere a manifestazioni puramente commerciali - dice Luigi Riccardi, presidente Fiab-Federazione Italiana Amici della Bicicletta - non appartiene alla cultura delle amministrazioni che hanno rispetto della propria città e dell’ambiente. Quello in corso è un abuso a danno di tutti i cittadini romani».
Giovanni Palozzi, presidente di Ruota Libera, ha scritto al Campidoglio e alla Regione Lazio, ribadendo la delusione dei ciclisti romani per essere stati presi in giro dalle istituzioni». «Questa pista - aggiunge - è stata ufficialmente riconosciuta come percorso ciclopedonale. È, dunque, una strada a tutti gli effetti e non può essere invasa da strutture che non rispettano nemmeno le distanze di sicurezza per i mezzi di soccorso. L’atteggiamento trascurato delle istituzioni competenti, al limite dell’abusivismo, non è di certo un segno di attenzione alla mobilità a impatto zero e ai problemi di inquinamento».
Il protocollo ha suscitato la reazione del presidente del I municipio Giuseppe Lobefaro - chiamato in causa per il villaggio Over Anta - che, in veste di mediatore, intende proporre un’iniziativa per legittimare e far convivere i vari interessi, in considerazione anche del fatto che la pista ciclopedonale è usata soprattutto di giorno, quando la manifestazione è chiusa».
La ciclabilità part-time - che prevede anche un tavolo tecnico aperto alle associazioni sembra, però, scontentare tutte le parti.